Schermata 2016-01-21 alle 22.24.03I Ropoporose rischiavano di essere un altro gruppo alla Parquet Courts: giovani, perfetti, ma obiettivamente fuori tempo massimo. Invece questo duo fratello/sorella francese sembra quasi riuscire a conciliare le sonorità di un tempo che fu, senza indurre in tentazione, senza cadere nella trappola della nostalgia, ma aggiungendo degli elementi contemporanei. Questo basterà? Basterà soltanto aggiungere segnali di novità o bisognerà farsi travolgere dal nuovo per fare un disco come si deve? Lo vedremo presto, intanto si intravede la stoffa da trapunta invernale.

Elephant Love mette sul piatto qualcosa di beatamente immaturo che attinge evidentemente ad un bacino anni novanta/anni zero ma da cui traspare un’enorme freschezza e sussulti sparsi di ispirazione. Le prime due canzoni sono veramente ben scritte, con chiari riferimenti a band dei primi anni del millennio: vengono in mente Camera Obscura, Bearsuit, Los Campesinos.

Con Moïra si comincia a fare sul serio; il pezzo è ingenuo, ma la sua ingenuità i suoi riferimenti smascherati vengono sopraffatti da una lucidità primitiva che fa brillare tutto. Si passa da ballad come Whu-Whu o 40 Slates, che alzano il livello e ci lasciano intravedere una sospettata sensibilità e sprazzi/spruzzi noise: ‘Elephant Love’ è schiacciata dal peso di Lydia Lunch e altra roba newyorkese fine anni 80, con la voce di Popo (Pauline) che si fa sexy e le chitarre di Ro (Romaine) che svelano un ingegno fino a quel momento inaspettato. Empty Headed è la summa di tutto: chitarrine alla Block Party, arrangiamento sorprendente, bella gestione delle parti vocali; negli altri pezzi risalta un uso sapiente dei fiati e delle tastiere.

Nel duemilasedici due ragazzi che imbracciano strumenti veri sono ammirevoli. Il loro talento e la loro innocenza vanno preservati, nell’auspicabile ipotesi che percorrano strade più impervie, audaci e sperimentali.

Sergio Di Salvo