Nelle ultime settimane abbiamo tanto sentito parlare di Inarritu, sì colui che ha dichiarato nelle ultime ore che, dopo le fatiche di “The Revenant” e le numerose nomination agli Oscar, dedicherà i prossimi mesi a riposarsi augurandosi di essere “hibernate like a bear”. Già l’anno passato sembrava aver fatto il film del secolo, “Birdman”, bello per carità, ma chi se lo ricorda (mi ricordo solo le lacrime di uno sconfitto Michael Keaton in smoking)? Presuntuoso o geniale che sia i film del regista messicano nella mia memoria sono effimeri come bolle di sapone, brillano per un po’ (e nemmeno tutti) ma scoppiano subito. Insieme a lui, sul tappeto rosso del carrozzone di Hollywood, il 23 febbraio, vedremo sfilare i soliti magnifici noti, come la coppia del Titanic, Leo e Kate Winslet, la versione da figo di Steve Jobs, ovvero Fassbender, Eddie Redmayne, che l’anno scorso ha vinto per aver trasformato Hawkins in Austin Power (impresa peraltro difficile) e tanti altri. La sezione migliore è invece quella degli attori non protagonisti, dove compaiono il vero attore da Oscar di “The Revenant”, Tom Hardy, e la bravissima Rooney Mara (già nominata nel 2011 per “The Girl with the Dragon Tattoo”, di Fincher). L’attrice che interpretò Lisbeth, è stata scelta da uno dei più grandi registi viventi per un ruolo meraviglioso e difficile. Mi riferisco a Todd Haynes, un maestro che si ricorda ancora che cosa sia il cinema e di come si possa girare un capolavoro; un alieno nel circo hollywoodyano, schiacciato da biografie postume, marziani, indiani, orsi, uomini striscianti e mondi post-apocalittici.

“Carol”, il suo ultimo film, è il capolavoro di un ritorno al cinema dopo lunghi anni. Haynes ci aveva stregato e stupito con “I’m not here” (del 2007), biografia immaginaria e immaginifica di Bob Dylan, ultima grande interpretazione dell’ormai plastificata dal botulino Cate Blanchett e una delle ultime del rimpianto Heath Ledger (e che colonna sonora!). Dopo quell’ultima parentesi rock (suo anche il glam “Velvet Goldmine”) era tornato ad atmosfere più classiche con la straordinaria serie HBO, Mildred Pearce, che ha vinto di tutto (compreso il Golden Globe come migliore serie ed attrice protagonista), tanto che con l’unico suo difetto era di durare troppo poco.

“Carol” è tratto dal racconto che Patricia Highsmith aveva scritto sotto pseudonimo e che rimase a lungo non pubblicato, “The Price of Salt” e ancora una volta Haynes ha scelto (come in “Lontano dal Paradiso”, per l’odio razziale, e per Mildred, dove si parlava di femminismo) di raccontare di quanto possa essere difficile essere “diversi” vivendo in una società opprimente, bigotta, omofoba e sessista. Una sensazione claustrofobica che pervade l’intero film, in cui viene messo in scena un mondo bellissimo, che tuttavia intrappola, come se fosse racchiuso in una soffocante palla di neve. Gran parte delle scene sono girate in automobile, che diventa luogo di intimità e di calore, mentre in camere d’albergo, lontani da una realtà che intrappola si può trovare la felicità ed essere se stessi(e). A uno sguardo superficiale la regia di Haynes potrebbe sembrare patinata, ma nulla è più sbagliato, perché il regista californiano utilizza un involucro perfetto, bellissimo, che ricorda i film teatralizzati di Douglas Sirk (Kyle Chandler, il marito della protagonista, ricorda incredibilmente Rock Hudson), per narrarci delle storie modernissime sotto le quali vibrano passioni e dolori travolgenti. La musica insistente, la fotografia ovattata, entrano nel cuore, come la recitazione di Cate Blanchett e Rooney Mara (per favore, datele l’Oscar!), controllata ma potentissima, anche nascosta dietro un vetro o uno specchio, in un ballo travolgente di sguardi (pazzesche nel finale), di carne e di sangue, nonostante siano immerse in un inverno ghiacciato. Non aggiungo altro per non rovinarvi il gusto di scoprire uno dei film più belli del 2015 e degli ultimi anni. “Carol” è un dramma triste e intenso che riempie di nostalgia per un modo perfetto fare cinema, passionale ma misurato come purtroppo oggi si vede troppo raramente, nonostante le dichiarazioni presuntuose di alcuni registi (ogni riferimento a Inarritu è casuale).

Il Demente Colombo