Chi di voi è cresciuto senza aver visto almeno una volta una sequenza dello stucchevole “Sissi”? Forse siete in molti, come in molti lo erano nel 1955, quando nessuno si sarebbe immaginato chi sarebbe diventata la protagonista di questo filmetto tedesco. Classe 1938, Romy Schneider, dopo un esordio in ruoli di sana ragazzotta teutonica, si trasferì in Francia, dove iniziò la sua seconda vita. Qui conobbe sul set Alain Delon, si trasformò in maestra di fascino e in una delle donne più belle di tutti i tempi, girando film che hanno fatto epoca, come “La Piscina” o “L’Enfer” di Clouzot. Venne infine scoperta da Visconti, suo pigmalione, che la scelse per “Boccaccio ‘70” e “Ludwig”. Iniziò una carriera da star sofisticata ma fragile, che risentì delle sue fratture emotive e sentimentali, ma soprattutto delle terribili tragedie personali che la condussero a trascorrere e a terminare la propria vita tra alcol, droghe e tranquillanti. Nonostante tutte le difficoltà della sua esistenza infelice, Romy continuò sempre a recitare, percorrendo una lunghissima carriera degna di una grande diva (lavorò con Orson Welles, Otto Preminger, Chabrol e tanti altri). Tra i suoi ultimi film ce ne sono due che hanno nel tempo segnato la mia immaginazione. Il primo durante l’infanzia, quando vidi “Fantasma d’amore”, di Risi, misterioso terz’ultimo film (che mi torna sempre in mente per uguale atmosfera nelle giornate nebbiose di fine inverno, come queste) dell’attrice, il cui volto consumato dal dolore, sul quale erano già calate le tenebre di un destino imminente, s’incastonò nei miei occhi per sempre, e, in adolescenza, “Cesar et Rosalie”, malinconico film di Claude Sautet del 1972. Una vicenda romantica, in cui due uomini diversi tra loro per età, estrazione sociale e temperamento, amano Rosalie, fuggente e indecisa, crudele e irresistibile. Il triangolo è completato da Cesar (Yves Montand bravissimo, nella sua migliore e calibratissima forma, come lo era stato in passato per Carné) e David (Sami Frey, che negli anni ‘60 era stato il compagno di Brigitte Bardot), giovane artista avvenente ricomparso nella vita di Rosalie dopo cinque anni, alterando tutti i precari equilibri che aveva finora faticosamente creato. Potrebbe sembrare una storia da soap opera, ma “Cesar et Rosalie” è un film romantico raccontato con delicatezza e controllo, in cui i protagonisti sono riusciti a inserire una struggente sensazione di nostalgia, come se stessimo vedendo in immagini il ricordo e il desiderio per un passato che non esiste più, per un amore perduto. Forse la mia passione per questo piccolo film, di un regista minore, ai margini della Nouvelle Vague (di cui possiede tuttavia tratti di stile, un romanticismo fuori dai canoni e una latente disperazione), ha risentito dell’emotività della mia adolescenza. Ammetto che il sorriso e lo sguardo di Romy Schneider su una spiaggia, in auto o avvolta dal vento mi hanno sempre sconvolto, e se voi non li avete mai amati o notati, procuratevi “Cesar et Rosalie” per potervi innamorare della sua divina e malinconica protagonista.

Il Demente Colombo