PROLOGO. Ho trascorso la mia adolescenza in provincia negli anni ’90. Questo basta per chiarire senza margine di dubbio la mia familiarità con un discreto livello di tossicodipendenza. Purtroppo dopo anni di felice frequentazione, io e la droga abbiamo deciso di lasciarci. Una separazione consensuale dettata dalla comparsa di paranoie di ogni genere che venivano a fare da terzo incomodo nei nostri romantici incontri a due.
 
Con un salto di diversi lustri, questo racconto arriva a un placido giovedì pre-pasquale, quando in procinto di partire alla volta del Monk per assistere al live dei Suuns, il mio splendido accompagnatore nei panni di un novello Shiva tenta di convertirmi al culto del THC in onore della band canadese. A posteriori posso dire che, mai come in questo caso, la scelta di declinare sia stata saggia. Ecco perché.
 

1. Apocalypse Now

Immaginate di andare in guerra da sballati: forse un’esperienza un po’ troppo hardcore, a meno di non fare la fine di Martin Sheen dopo le riprese del capolavoro del buon vecchio Francis Ford. Al posto delle bombe quella sera c’erano però delle schitarrate acidissime che nemmeno le peggiori armi chimiche in Vietnam e dei bassi distorti che manco il rombo di dieci Bell UH1 pronti all’attacco. Il tutto aggravato dal fatto che i suoni non fossero proprio perfetti.

 

Suuns live al Monk

2. Loop mentali e distopia

In generale la ben nota tendenza delle sostanze psicotrope a mandare in loop certi pensieri, mal si sarebbe sposata con le atmosfere ossessive, distopiche e distoniche che sono una delle cifre distintive della band. E penso a pezzi come Translate da “Hold/Still” o a 2020 da “Images du Futur”, entrambi eseguiti dal vivo durante la serata. Un’angoscia sottile e sorda che si è insinuata direttamente sottopelle e che risultava musicalmente squisita senza bisogno di essere ulteriormente enfatizzata da sostanze di sorta. Pena alto rischio di bad trip.
 

3. Allucinazioni visive

Durante il concerto l’occhio a mezz’asta da fattone avrebbe reso ancora più difficile di quanto in realtà già non fosse distinguere qualcosa sul palco. Non si capisce se per uno studiato schema di luci o per l’aura ipnotica creata dalle chitarre riverberate e dal vocoder, l’impressione era che Ben Shemie e soci fossero sempre fuori fuoco, seminascosti da una coltre opalescente che rendeva difficile distinguere i contorni delle cose. Un aspetto visivo pienamente rispecchiato dal suono a tratti rarefatto e narcolettico e a tratti denso e caotico, in cui i componenti della band sono stati i primi a perdersi, condividendo con la platea l’effetto di trance.
 

4. Batteria da extrasistole

La batteria sincopatissima e frenetica di certi pezzi, X-ALT e Watch you, Watch me su tutti, avrebbe provocato fastidiose extrasistole in chiunque avesse assunto una soglia di THC superiore allo 0.6% consentito dai termini di legge per dichiarare l’illegalità della sostanza.
 

5. Ottimizzare il budget

Da soli i Suuns sono stati in grado di far sprofondare l’ascoltatore in un viaggio nell’inconscio degno delle migliori droghe psichedeliche. In tempi di crisi economica suggerisco di risparmiare sugli stupefacenti e investire nei biglietti per i prossimi appuntamenti al Monk con l’ottimo Rome Psych Fest. Previsti in cartellone Bitchin Bajas l’11 maggio e soprattutto Black Lips il 17 maggio. 
 
Per fugare ogni dubbio residuo, tengo a sottolineare che il live mi è piaciuto moltissimo così, al naturale. Mi sarebbe piaciuto meno assistervi da sballata, ma solo per la profonda invidia che nutro in chi può farlo scevro da paranoie. Ho anche tentato di limonare il mio Shiva su Make it real, che è il nostro pezzo preferito di “Felt”, ma aveva la bocca troppo impastata e mi sono dovuta accontentare della musica. Che come sempre non mi lascia mai a piedi.
 
La Vedova Tizzini