Chiaverano, 15-16 luglio 2017

Non so bene di che forma sia il lago Sirio, non l’ho mai visto dall’alto. Non so nemmeno perché l’abbiano chiamato così. Penso alla stella, la più luminosa di questo cielo piemontese. Ma penso soprattutto a Sirio detto Il Dragone, io che dagli anni Ottanta non sono mai uscito vivo. Sirio Il Dragone era il più sfigato dei Cavalieri dello Zodiaco, quello con i capelli bluastri, frangetta e armatura verde acqua. Aveva una mossa segreta che a me piaceva tanto, il Colpo del Drago Nascente. E poi sapeva amare, ma di un amore cieco, una certa Fiore di Luna. La ragazzina fu adottata, se non erro, dal Maestro dei Cinque Picchi, un anziano incredibile di 261 anni (non scherzo), alto sì e no un metro e dalla carnagione viola (vorrei ben vedere).

Tutto questo per dire che il lago Sirio, un grazioso bacino d’acqua che bagna Chiaverano e Ivrea, deve nascondere un fuoco astrale di eccezionale forza. Sacrificio, dedizione, rispetto e soprattutto amore cieco (per la musica) sono gli ingredienti che associano A Night Like This Festival a questa straordinaria costellazione. E allora chissene frega se soltanto adesso, aprendo Google Maps, noto che il lago Sirio ha la forma di un passerotto che spicca il volo? Chissene frega, perché per me questo piccolo lago ha la forma del cuore.

Ma non è tempo di divagare. Come giustamente ricordava La Vedova Tizzini nella prima parte di questo report (la potete leggere qui), il mio compito non è certo quello del cartografo, bensì dell’imperscrutabile recensore. Cause di forza maggiore mi hanno impedito di assistere alla prima giornata del festival. Le stesse, però, non mi hanno evitato di godere della pienezza di A Night Like This nelle giornate di sabato e domenica. Dunque, partiamo da Giorgio Poi. Nonostante nel giro di un anno il cantautore naturalizzato romano abbia raggiunto una discreta notorietà in ambito indie-pop, il suo approccio è rimasto schietto e sincero, la sua abilità invariata e l’intensità della sua musica pure. Lui, Giorgio Poi, è stato per me il gradito biglietto da visita del festival.

E a proposito di biglietto, quest’ultimo, come si dice, è stato ampiamente ripagato da una band che da oltre vent’anni cavalca i palchi come il più nobile dei cavalieri. Parlo dei Julie’s Haircut: la loro presenza, un chiaro marchio di qualità di questo festival, ha condizionato in positivo l’intera serata. Non sto esagerando. Provate a disporvi in prima fila con gli occhi chiusi e la mente sgombra. La psichedelia cosmica raggiunta con l’ultimo album dal gruppo emiliano non ha niente da invidiare ad alcune band d’oltreoceano decisamente più acclamate. Le loro origini garage e soprattutto noise, dal vivo, si sentono forti e chiare. A farla da padrone, però, sono il post-rock di Mogwai e compagni, il jazz astrale di Sun Ra e lo space-rock alla Brian Jonstown Massacre. Il tutto mescolato in un vortice riconoscibilissimo, che strappa lacrime ed emozioni per rimestarle in un imbuto senza tempo. Lo si prenda come un eccezionale complimento: è come quando Sirio il Dragone concentra il suo cosmo e scaglia un pugno potentissimo, capace di invertire il corso di una cascata. Una cascata di quelle grosse, si intende, cascate giapponesi.

Tutto il resto non è stato noia, anzi. Gli amanti delle nuove generazioni pop italiche si sono goduti i live di Carl Brave X Franco126Gazzelle (non al top, per la verità). I più introversi hanno accavallato le gambe sul pratino per Pietro Berselli e Comaneci. Notevole anche il set elettronico degli IISO, chiusi in un cubo magico sul quale erano proiettati visual da metropoli post-atomica. Ma ciò che più ha colpito per impatto ed energia sono stati i romani John Canoe, la vera bomba di Bomba Dischi. Un’esplosione tra surf e garage, che ha trasformato i dieci metri quadrati sotto il palco in un’orgia grezza con tanto di birre immolate al sacro pogo. In questo nostro paese martoriato dal revival eighties, finalmente qualcosa di genuino.

A chiudere la serata nel pratone ci hanno pensato prima gli Of Montreal e poi Ninja e Max Casacci dei Subsonica, qui nella veste di deejay alla voce Demonology Hi-Fi. La classe non è acqua, e i due volponi torinesi sono riusciti a tornare indietro nel tempo senza per questo puzzare di vecchio. Indovinare le note di Discoteca Labirinto, Buncia e Aurora Sogna in un turbinio di suoni elettrici è stata una piacevole sorpresa. L’indomani mattina, al risveglio dopo una turbolenta notte in campeggio, l’apparizione del Sirio è stata un toccasana per le orecchie. I coraggiosi reduci si sono disposti sulla sponda del lago per applaudire Claudia is on the Sofa, cantautrice bresciana. La sua delicatezza mi ha portato prima a costruire un piccolo reggi-sigaretta con il rametto di un albero (sentirsi Gaff di Blade Runner) e poi a tornare a immaginare la forma del lago. La risposta, ormai, la sapete già. Altro che passerotto.

Paolo Ferrari