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(di Giulia Bartolini)

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Live Report

Prima giornata, venerdì 7 luglio 2017 (di Giulia Bartolini) 

E’ venerdì. Oggi è finalmente venerdì. Solitamente non sono così felice per l’arrivo di un giorno della settimana, lo trovo scontato. Ma oggi è venerdì e inizia Albori Music Festival, finalmente posso iniziare a respirare. Scappo da Milano sul solito regionale afoso, ma non ci faccio troppo caso. Sto andando a respirare. Il momento arriva e l’odore di salamina misto a birra chiara aleggia nell’aria. Io, dopo tanto trattenere il fiato, inizio a respirare. Birra, voglio una birra. “Devi cambiare i soldi in token”. Tok cosa? Si inizia a sentire della musica e Mulai inizia a richiamare l’attenzione della gente. Forza ragazzi, Albori è iniziato. Mulai scende dal palco e Bruno Belissimo con il suo basso e il suo accento italo-canadese continua lo sporco lavoro iniziato dal suo predecessore. Il parterre si sta riempiendo, che bella cosa la musica. Con i Don Turbolento la missione è quasi del tutto compiuta, con la loro musica electro-funk convincono chi ascolta. Verso le 22 Samuel fa il suo ingresso, solita mise che lo rende riconoscibile in ogni situazione, inizia a cantare. Personalmente non sono mai stata una fan dei Subsonica, ma come tre quarti della popolazione, almeno una volta ho ballato su Nuova Ossessione. Questa nuova versione di Samuel non mi convince su disco e sfortunatamente continua a non convincermi mentre prosegue con il suo show. E’ molto bravo a destreggiarsi sul palco, incita i fan (molto spenti) a cantare con lui, a malincuore aggiungo, con scarsi risultati. Ho trovato il suo concerto molto allegro, divertente, e ho cantato il singolo del suo nuovo disco, ma non mi ha conquistata. Finito il concerto il pubblico si disperde nell’immediato. “Ci vediamo domani”, oggi è solo l’inizio.

Seconda giornata, sabato 8 luglio 2017 (di Paolo Ferrari)

Sarà il profumo del lago o l’atmosfera di festa. Sarà la voglia di esserci anche qui, in provincia. In quel mondo alieno a chi sente di aver conquistato la città, ma sa di aver perso tutto il resto. Sarà, non c’è dubbio. Ma in questa seconda serata di Albori Music Festival, la matassa sembra trovare il bandolo perfetto fin dai primi, arguti ricami. E allora chissenefrega se in questa spiaggia di ghiaia e cemento si fa un po’ fatica a trovare un ritaglio di verde. Una volta individuato, puoi sdraiarti a pancia in su e ancorare gli occhi al cielo come se fossi sull’unica nuvola che sorvola Paratico. I suoni, quelli sì, arrivano dritti in faccia. E sono i suoni grezzi e sinceri del Pan del Diavolo. Il duo palermitano non si risparmia mai, men che meno oggi. Perché oggi Albori si trasforma nella Tempesta sul Lago, la giornata interamente dedicata alle mirabolanti band de La Tempesta Dischi. “Chi è la spina?” – dunque – “E chi è la rosa?”. La spina è certamente Giorgio Canali, padre ispiratore del buon cuore rock, che diventa ruvido e pungente quando il gioco si fa duro. La rosa, invece, è Umberto Maria Giardini. Dio solo sa quando smetteremo di chiamarlo Moltheni. Ma la “colpa”, un pochino, è anche sua. La poesia dei suoi testi non è cambiata e riesce a sfiorare con la stessa delicatezza le corde più intime dei nostri cuori infranti. I passaggi da un palco all’altro sono rapidissimi. Ed ecco spuntare in men che non si dica Davide Toffolo e compagni. Nemmeno il tempo di indossare la maschera e i Tre Allegri Ragazzi Morti attaccano con un’infilata di hits da Best Of. Un set relativamente breve il loro, ma a dir poco perfetto. Lo stesso vale per Vasco Brondi, che chiude la serata in grande stile.  Tra un pezzo e l’altro gli scappa una bestemmia in fuori onda. Ci piacerebbe sapere con chi ce l’avesse. Ma semmai fosse stato insoddisfatto della sua performance, ci sentiamo di dirgli che quest’anno non l’abbiamo mai sentito così ispirato.

Terza giornata, domenica 9 luglio 2017 (di Paolo Ferrari)

Partiamo da lassù. Dall’ultima trave del palco. Quella a cui Aimone Romizi dei Fast Animals and Slow Kids è rimasto sospeso ciondolandosi per qualche secondo. Come un novello Eddie Vedder ha scalato l’impalcatura e dall’alto dei suoi (pochi) anni ha guardato il lago poltrire all’orizzonte. Sotto, invece, c’erano centinaia di ragazzi pronti a perdere la voce per un ritornello al fulmicotone. Certo, li puoi anche bistrattare. Ma far finta di non cogliere l’energia che questa band è in grado di sprigionare è un errore imperdonabile. Il loro è stato il live più emozionante di questa terza e ultima giornata di Albori. Una giornata che fin dalle prime battute, come accaduto ieri, si è rivelata impeccabile. Le smorfie di Edda e quel suo fare dimesso da vecchia gloria rinvigorita senza preavviso non ingannino. Il suo è stato un concerto potente, ben piantato su un’anima puramente romantica e uno spirito che più libero non si può. Che dire, poi, degli Spartiti? All’urlo “Buona sera compagni”, Max Collini e Jukka Reverberi ci hanno raccontato la consueta manica di aneddoti con il rigore, l’ironia e la militanza indomita che è propria dei fuoriclasse. Il pubblico, come piace a loro, ha ascoltato diligente. In un clima di così innata perfezione è facile immaginare che anche il live degli Zen Circus si sia concluso senza sbavature. Anche il loro, al pari dei Tarm nella serata precedente, è stato un potpourri di cavalli di battaglia. Inutile citare gli ingredienti, perché solo loro sanno amalgamarli così bene. Quello che ci aspettavamo da Albori, insomma, lo abbiamo avuto tutto con qualche portata in più in omaggio. Per tornare lassù, sull’ultima trave del palco insieme ad Aimone Romizi, è mancata soltanto Forse non è la felicità, che i Fast Animals non sono riusciti a suonare per problemi di tempo. Li perdoniamo. Perché in quell’arrampicata un po’ eccessiva, da Barone Rampante, ci hanno regalato un’immagine che meglio di qualunque altra spiega il senso di una delle loro canzoni più belle. “Un alpinista che non vorrà quella vetta, ma solo il rischio di cadere giù”.