Roma, 1 febbraio 2018

Live Report
di Giulia Zanichelli

Un concerto degli Alt-J ti spezza il fiato. Anche tralasciando il fatto che al Palalottomaica ci arrivo già senza un polmone, viste le mille vicissitudini di ingressi nascosti, scambi di biglietterie, rampe di scale a non finire e corsa contro il tempo per beccare la prima canzone, la band provvede ad aumentare l’alterazione cardiaca di cui già ero vittima.

Sono composti, uni e trini come solo loro (dalla regia mi dicono forse qualcun altro) sono capaci di essere. Hanno un pubblico innamorato, ma ben educato, che li segue passo passo, brano dopo brano, che si abbraccia e alza le mani al cielo, che balla scatenato e a occhi chiusi. Aprono le danze con un pezzo dell’ultimo disco, Deadcrush, e lasciano intendere sin dal primo minuto che quella che ci aspetta sarà un’ora e mezza indimenticabile, fatta di musica, di avanguardia e di estasi.

Giochi di luce incantatori e in continuo e sincronizzato movimento accompagnano il sound dello statico trio. Non è un concerto, è una performance sonora e luminosa che avvolge e sbalordisce con la sua impeccabilità. Le canzoni scorrono, passano Fitzpleasure, In Cold Blood, Matilda, Taro, e nessuno riesce a staccare gli occhi da quel palcoscenico così congelato e così caldo e intenso al tempo stesso.

Gli Alt-J sono padroni della scena, pur senza muoversi e praticamente senza aprir bocca. Loro sono così, che vi piaccia oppure no. Chiudono i bis con Breezeblock, che tutti stavamo aspettando dal principio, ed è proprio lì che capisci definitivamente di essere nel posto giusto al momento giusto. Di non voler uscire da quell’istante di pace dei sensi. Lo show finisce, ma noi non siamo pronti a lasciarlo andare, tantomeno a dimenticarlo.

 

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di Chiara Meierhofer Muscarà