A dieci anni dall’esordio, il duo nato sotto le stelle di Newport dà alle stampe il quarto album: “Snow”. Neve che si posa sulle spiagge australiane, dove i nostri hanno mosso i primi passi, prima gattonando e poi esibendosi sui palchi internazionali, diventando grandicelli a tal punto da scalare le classifiche in patria e non solo. Neve che si è posata e che è diventata altro, in un orizzonte di luci blu e gialle, dove le note dei fratelli, perché fratello e sorella sono, si perdono, rarefatte lungo la costa scintillante in cui tutti noi, almeno una volta, ci siamo ritrovati a canticchiare spensierati.

Entrambi, Angus e Julia, si sono messi di “buzzo” buono e dopo tre anni dal loro ultimo album hanno deciso che forse era venuta l’ora di tornare a dire la loro. Come? La prima traccia, Snow, singolo che ha già un buon numero di visualizzazioni in streaming, ci fa entrare subito nel mondo Stone. Voci che si danno di gomito l’un l’altra e che ci rendono subito spensierati, nostalgici, romanticissimi. Queste sensazioni, passati i primi minuti, ci lasciano quel senso di “appicicaticcio” che soltanto il miele può produrre; il duo sdolcinato forse esagera con quei “La la la la la”, tenerissimi sì, ma in fondo un po’ banalotti.

Andate a vedervi il video. La prima scena, che mi ha fatto ricordare (non ridete eh) un lavoro recente di David Lynch, stacca su una festa, e lì rimane fino alla fine, alla quale tutti vorremmo partecipare. Il basso, quello di Angus, alla Paul McCartney, e la chitarra, quella di Julia, fighissima, allietano la serata degli astanti e portano il gruppo a una grande festa dell’amore; più privata e più intima di una serata a San Francisco nel 1967, e questo francamente ci dispiace.

Il disco scivola via omogeneo, piatto e senza grandi ribaltoni. Il pezzo che forse ci induce a pensare di aver ascoltato qualcosa di significativo è Chateau, certo anch’esso con la voglia di ammiccare, senza dubbio in possesso di quegli ingredienti spolverati ad arte e che potremmo sintetizzare con una parola: paraculismo, per dirla utilizzando la stessa lingua del titolo.

Se doveste sentire Bon Iver riecheggiare qua e là non stupitevi: è proprio lui s entrare in scena ogni tanto per ricordarci che questi, Angus e Julia, sono solo suoi emuli, e che a nulla servirà indugiare su vocalizzi e falsetti, perché c’è chi può e chi non può: lui, modestamente, può.

Troppo indefinite le tracce dell’ultima parte dell’album (My house your house, Bloodhound su tutte) che rimangono a metà strada senza davvero conquistare l’ascoltatore, il quale nel frattempo si chiede quando e se arrivi il Gran Finale. Sylvester Stallone, canzone degna indubbiamente, conclude il disco lasciando in bocca il sapore di un’operazione riuscita solo in parte, che piacerà forse, emozionerà addirittura, ma che accompagnerà soprattutto coloro che si innamorano dell’amore riflesso, meno nobile e più istituzionale a un tempo.

Per dire di come può insidiosamente conquistare tutto questo, e renderci consapevolmente colpevoli del nostro assoggettamento, basti citare una vecchia canzone del nostro duo, For you: «Se mi ami, con tutto il tuo cuore, se mi ami, farò di te la stella del mio universo, non dovrai mai andare a lavorare, passerai tutti i giorni a far splendere la tua luce sulla mia strada». Ora alzi la mano chi non vorrebbe diventare la stella polare del proprio amato e, soprattutto, non andare mai più a lavorare.

Alberto Scuderi