Osservare gli oceani e le sue profondità, perdersi nella loro costellazione più buia, costituisce quanto di più affascinante possa offrire la sperimentazione musicale; finanche spendersi per salvarne il sistema che ne regola la vita e lo sviluppo non appare meno che nobile.

E allora cosa c’è di meglio che l’ascolto di “Tangerine Reef”, visual album che gli Animal Collective hanno realizzato in progetto col duo di arte e scienza Coral Morphologic?

Una colonna sonora, altresì autonoma, di un film realizzato pensando al Climate Change; Colin Ford e J.D. McKay hanno conosciuto la band ormai otto anni fa e, dopo un’attenta e competente osservazione di coralli e di barriere coralline, hanno maturato l’idea che per ovviare al solito stigma del racconto ambientalista, ovvero il fatalismo, era necessario dotare la flora degli oceani di una poetica, fortunatamente innescata dalla felicità dei suoni di una band che non finisce mai di stupire.

Orfani del co-fondatore Panda Bear, e smessi i panni più pop, i componenti del gruppo osano in direzione fortemente sperimentale; c’è l’elettronica trasognata e lisergica che purifica le acque, una lunga e interminabile cavalcata di suoni ovattati a chiudere i nostri sensi all’interno degli abissi, dondolii in avanti e dappertutto addietro alla maestosità di echi dove tutto iniziò a materializzarsi.

La natura quindi, omaggiata e benigna, rivendica un tenace diritto all’esistenza che l’uomo, dimentico della meraviglia su cui riposa, sembra costantemente negarle; necessario allora è il canto da muezzin posseduto a tenere teso il filo dello sguardo esterno e condurre come un direttore d’orchestra le vocalità multiformi della grande architettura marina.

L’opera degli Animal Collective potremmo definirla avanguardia, ma poi bisognerebbe passare per la musique concrète e il serialismo integrale di Boulez, e noi Darmstatd non sappiamo neanche dove sia, meglio desistere.

Tocca concludere che, fuori da ogni etichetta, la musica, quella rigorosamente senza aggettivi, è uno dei migliori modi di esplorare le categorie che organizzano ciò che ci circonda, altro che “evasione dalla realtà”: lo ha detto Ian Chambers, che qualcuno lo contraddica…

Alberto Scuderi