Ho letto che il nuovo disco degli Arcade Fire è una schifezza. Ho letto che è il migliore dai tempi di “Funeral”, forse il migliore in assoluto. Ho letto che provoca smottamenti interni, che è meglio girare alla larga. Qualcuno, invece, dice che non ne può più fare a meno.

Ho letto tutto, ma non ho mai ascoltato con attenzione. Questa sera ho scelto il divano, gli auricolari ben fissati nelle orecchie. Il momento mi sembra quello giusto. I singoli, addirittura quattro, mi girano in testa da settimane. Li ho anche visti dal vivo, gli Arcade Fire. Qualche pezzo nuovo mi sembra già di conoscerlo. Prima ancora, il loro secret show al Primavera Sound Festival aveva invaso la mia bacheca.

Youtube Tendenze, La tua Discover Weekly, Available for Pre-Order. É esattamente questo, l’effetto “Everything Now”. Ci siamo dentro, ne siamo consapevoli, ma ce ne sbattiamo. È l’ascolto rapido e istantaneo, il commento spiccio. Il possesso onnicomprensivo che sfugge alla scelta, che prescinde dal desiderio di volere qualcosa. Il concetto del “tutto adesso”, così moderno eppure già abbondantemente trattato altrove, è il tema portante di questo quinto album del sestetto canadese. Ma se da una parte è il bersaglio di un’aspra critica socioculturale, dall’altra il disco ne ha fatto un’arma implacabile per ottenere una facile vittoria. Il trionfo di Win Butler e soci passa proprio per la capacità del gruppo (ma sarebbe meglio dire della Columbia, prima major a pubblicare un loro disco) di dare in pasto al pubblico un prodotto che in fin dei conti raggiungerà finalmente le grandi masse.

Eppure quando parte la title track è impossibile non muovere il piedino. Il divano come dancefloor. La birretta calda diventa un cocktail ghiacciato. Sì, Everything Now è una canzone perfetta: l’indie-pop che va a nozze con un sample di Coffee Cola Song di Francis Bebey. Testo crudo e refrain irresistibile, è l’estrema sintesi del sound più recente degli Arcade Fire. Un sound di cui “Reflektor” aveva posto soltanto le basi (meravigliose basi), e che oggi esplode in un’elettronica vintage che mescola il synth-pop alla moda, la disco-funky di Earth, Wind and Fire, gli Abba e certa new-wave neanche troppo dark. Signs of Life si pone sulla stessa linea accentuandone addirittura i toni (galeotti furono i fiati e le percussioni). Un altro pezzo al quale vi sfido a resistere.

Ma il meglio di questo disco deve ancora venire. La doppietta composta da Creature Comfort (prodotta da Geoff Barrow dei Portishead) e Peter Pan rappresenta forse il futuro della band. Un’assicurazione sulla vita limpida per un gruppo che si trova evidentemente al bivio tra il successo facile e la qualità eccelsa che l’ha sempre contraddistinto. Il primo è un brano dal groove trascinante, interpretato con lo spessore dei fuoriclasse nell’alternanza tra la voce quasi rappata di Butler e quella rabbiosa di Regine Chassagne. Il testo, poi, drammaticamente incentrato sull’idea del suicidio, regala i versi migliori del lotto (“Assisted suicide / She dreams about dying all the time / She told me she came so close / Filled up the bathtub and put on our first record”). Il secondo, Peter Pan, spalanca definitivamente le porte verso quella forma moderna di dub bianco, già sperimentato dai Clash di “Sandinista!” e ripreso in “Reflektor” con Flashbulb Eyes, variegato in salsa rocksteady.

A sorprendere rispetto al passato, però, sono soltanto questi due episodi. Il giudizio complessivo, sia chiaro, è sostanzialmente positivo. Ma gli Arcade Fire ci hanno abituato, disco dopo disco, a vere e proprie lezioni di stile che ad ogni uscita spianavano la strada per gli anni a venire. Con “Everything Now”, per la prima volta, si ha l’impressione che i nostri abbiano preferito abbandonare il ruolo di band illuminata per limitarsi a riaprire il libro di storia e puntare il ditino sul capitolo dedicato agli anni ’80. Electric Blue, cantata da Regine, è una canzone intensa e delicata, sulla falsariga di Sprawl II (sempre da “Reflektor”), ma guarda troppo ai Cure di Close to Me e ai Blondie di Heart of Glass. Così come Good God Damn, che riprende il tema del suicidio, è inumidita del sudore di David Byrne.

Nulla di grave. Niente che faccia gridare al passo falso, anzi. Che sia un disco poco incisivo, però, è altrettanto vero. Pazienza. La stabilità può essere più preziosa di un’evoluzione forzata. Certo, riavere indietro i primi Arcade Fire non è più un’ipotesi plausibile. Tenerci questi, tuttavia, resta un privilegio di cui essere fieri.  Allora ho deciso: da questo divano sgualcito non mi sposto più, almeno per questa sera. Riascolto Everything Now per l’ennesima volta, faccio un ripassino di Signs of Life. E prima di addormentarmi, vi prego, datemi un’altra dose di Peter Pan.

Paolo Ferrari