Per ascoltare il primo album di Barberini bisogna chiudere gli occhi. Non è ammesso barare: altrimenti si spezza l’incantesimo. Barberini è giovane, di Roma, ma quando canta la sua voce è dolce, composta, non lascia trasparire accento. Barberini non fa rumore: racconta senza imporsi, va ascoltata in silenzio o si disturba l’atmosfera. L’album, in sé, è ultraterreno: parla di mondi alieni, mondi virtuali, mondi in fin di vita e mondi immaginari. Anche i ritmi, i riverberi, gli accenni agli anni ottanta e le svolte elettroniche rievocano universi inesplorati: lontani, fiabeschi, forse irraggiungibili.

L’album inizia con l’apocalisse de L’ultima notte, che da subito chiede di lasciare alle spalle qualsiasi preoccupazione del mondo di fuori, perché, iniziata la canzone, non si è più lì, ma su un parallelo sul punto di sparire. Batteria e basso accompagnano il sussurro di Barberini, che interpella e forse aspetta una risposta da chi ascolta: Ti andrebbe di dirci semplicemente la verità?

Barberini poi decide di muoversi tra altri universi, come quello della domenica senza niente da fare in Le Balene, traccia ricca di riferimenti popolari pronta ad appagare qualsiasi ascoltatore, da chi guarda i film dei fratelli Coen, chi l’NBA, a chi legge playboy o in generale a chi apprezza i grandi cetacei. A metà canzone, in sottofondo, si può sentire l’annuncio dell’arrivo di un treno regionale, come se la realtà stesse cercando di penetrare l’immaginario collettivo che l’album crea, di svegliare dall’ipnosi, ma finisce, come con una sveglia che suona troppo presto, per essere incorporata nel sogno.

I testi sono semplici, niente complessità, parlano della quotidianità – terrena o extraterrena – e si rifiutano di tradirla. Dire che rimangano coi piedi per terra contraddirebbe l’album; sono brani a testa in giù, che scelgono di guardare il mondo, nella sua semplicità, con occhiali caleidoscopici. In Produzioni di Hollywood è forse più evidente: il mondo diventa di possibilità infinite, col green screen alle spalle, ma sempre descritto con autenticità e leggerezza, e forse a tratti anche ingenuità, banalità, ma mai sgradevole. Con una dolcezza quasi disarmante, Barberini propone di presentare il meteo, proiettarsi nei film, e perché no, fare «sogni stereoscopici». Il pianoforte, suonato da Barberini stessa, riporta quasi all’infanzia; il sottofondo di una filastrocca, o una fiaba. Da ascoltare sdraiati, seguendo il movimento delle nuvole, o camminando scansando le pozzanghere.

La traccia più interessante è forse Spku, dove i richiami anni Ottanta prendono il sopravvento, con percussioni e synth che si sovrappongono e aumentano la profondità sonora della canzone. Con un paragone inaspettato e intelligente, Barberini parla del suicidio dei samurai contemporanei, il seppuku virtuale: il gesto estremo del nuovo millennio – cancellarsi dai social network, smettere di seguire altre persone. La canzone cambia d’improvviso a metà, con Barberini che immagina un mondo nuovo, futuro o forse già qui, in parte utopia e in parte anche distopico, dove «nuove religioni» verranno inventate, «nuove rockstar» moriranno e «nuovi modi di morire di Domenica» verranno scoperti (che uno di questi sia, forse, guardare le balene?). Il tono è ora più distante, elettronico, costellato da un suono che sembra imitare gocce d’acqua che cadono, generando un senso di ampiezza; forse si sta fluttuando, forse si è in una stanza immensa e vuota.

L’album finisce, giustamente, con (i) Titoli di coda, che aiuta a rientrare nel mondo reale. A farne da sottofondo sono voci di persone, indistinguibili e ingarbugliate, mentre Barberini canta, solo per poco, della fine della giornata; è ora di tornare a casa, andare a dormire. O forse, finita la canzone, di svegliarsi: la traccia è punteggiata da un fischiettio che rimane inevitabilmente in testa, da portare via con sé anche una volta finito il viaggio interplanetare musicale. Il tutto termina col frinio delle cicale: un po’ come in un film.

A tratti cliché, a tratti onirico, l’album di Barberini va ad esplorare galassie lontane e misteriose, ma senza mai perdercisi troppo a lungo: giusto il tempo di un breve viaggio in treno, sognando ad occhi aperti, guardando fuori dal finestrino.

Marta Meazza