Le parole, oggi, si svendono. Tutto è capolavoro, hit, sold out, rivelazione. Beh, “L’amore e la violenza vol.2”, il nuovo album dei Baustelle, non è nulla di tutto ciò. Non lo è perché le hit sono spesso effimere, così come il successo ha risvolti negativi, come i capolavori nascondono ego spropositati e le rivelazioni debolezze personali e di mercato.

Se si dovesse scegliere un motivo sopra gli altri per cui stimare i Baustelle, forse è proprio la loro (rarissima) gentile sobrietà, il loro non risultare mai esagerati, onnipotenti o onnipresenti. Ed è proprio questo atteggiamento a contribuire a renderli unici. A permettergli di farci tuffare nel profondo della nostra anima senza sentirci troppo guidati o giudicati. Dritti giù in fondo. E grattarlo, quel fondo, per vedere cosa ci è rimasto sotto.

In questo nuovo lavoro, partorito durante il tour del disco precedente (e suo dichiarato proseguimento e controparte non più “oscenamente pop”), il trio di Montepulciano si presenta in una veste apparentemente più tradizionale del lavoro precedente, e si lega al più abusato dei temi: l’amore. Un amore che è anche violenza, un tessere relazioni che è anche un andare in battaglia. Un sentimento vero, che si interroga in continuazione su se stesso e le proprie forme, che si chiede «come sarà coniugato al presente» o «come sarà pronunciato domani il verbo amare».

Con il loro consueto gusto dolce-amaro e sapore analogico, citazionista e retrò, esplorano le possibilità della canzone d’amore, quella leggera e pop. Ma a modo loro, e hanno ben da chiamarli «dodici pezzi facili». Se a livello melodico è immediato, catchy e semplice, la poetica baustelliana, perché di poesia si deve parlare, è sempre la stessa: matura, aristocratica e ricercata, ma mai snob o supponente.

Violenza apre il disco, un tripudio strumentale (speculare alla Love del volume primo) da horror in bianco e nero che travolge e sorprende le nostre orecchie. Dentro c’è di tutto, rock e prog, venature elettroniche. Da lì in poi, si susseguono dodici brani che raccontano angolini delle nostre anime che neanche sapevamo o ci eravamo accorti di avere. Perché è questo che fanno i Baustelle: ti prendono, ti scuotono e rovesciano sul tappeto tutti i pezzettini del puzzle che è la nostra vita.

Veronica n.2, il primo singolo, è tanto semplice quanto preziosa, con un ritornello che si incastra tra archi, batteria e synth. Una canzone sorridente, la più pop del disco. Jesse James e Billy Kid è una ballad romantica e western, così come la bastreghiana A proposito di lei, ancora più convenzionale, e le sue chitarre aperte. La pulsazione quasi inquietante della strumentale La musica elettronica apre alla parte più riuscita del disco.

Baby e Perdere Giovanna sono diamanti splendenti e grezzi, che grazie alla mano e alla voce di Francesco Bianconi uniscono parole soavi alla ruvida concretezza di «due virgole di sperma sulla schiena» e della «libertà di fumare, drogarsi, uscire a bere, fottere una donna». Tra di loro c’è Tazebao, dove ancora Rachele si fa protagonista ed elenca frasi apparentemente sconnesse, che proprio in virtù di questo stanno benissimo affiancate.

L’amore negativo, altra perla rara del disco, è un sussurro delicato da respirare a occhi chiusi, su un soffice tappeto musicale che contrae il cuore, distrugge i principi azzurri e tira persino in ballo l’attualità per parlare di un amore vicino alla resa, e che tra i singulti si rassegna a «il nostro cuore sporco e cattivo, il vero amore ci distruggerà». Poi Caraibi e il suo pianoforte di velata tristezza che narra del tramonto dell’estate e di un sentimento, perché «in agosto ci si scioglie soli al sole». E infine Il minotauro di Borges e il suo malinconico amore impossibile, la sua solitudine esistenziale. Con lui si chiude il racconto amaro di che cos’è questo strano sentimento, complesso ed elementare, gioioso e doloroso.

I Baustelle, invece, non si chiudono certo qui: restano fuori dal tempo e dallo spazio, capaci di indagarci ed emozionarci. Sempre fedeli a loro stessi, in fondo semplicemente indipendenti e liberi di fare scrivere le canzoni pure al cane, nel bene e nel male. Complicati e pregnanti, potenti e delicati, leggeri e dannatamente perforanti.

Giulia Zanichelli