I Beach House sono la band giusta al momento giusto. In poco più di un decennio hanno saputo unire mirabilmente le atmosfere del dream pop con quelle più distorte dello shoegaze, che proprio in questi anni ha visto riapparire sulla scena formazioni storiche come My Bloody Valentine, Ride e Slowdive. Il trio di Baltimora sta quindi giustamente raccogliendo i frutti seminati.

A tre anni dalla doppietta “Depression Cherry” – “Thank Your Lucky Stars”, la voce celestiale di Victoria Legrand torna a farci sognare con “7”, settima fatica, appunto, del gruppo. Il disco si apre con il ritmo frizzante di Dark Spring, che poggia su un tappeto di bassi gravi pronti ad aprirsi nel ritornello. Pay No Mind è una ballad dall’incedere lento, debitrice di band sacre del rock alternativo quali Jesus and Mary Chain e Velvet Underground.

Il primo singolo estratto, Lemon Glow, non fa altro che confermare quello che il pubblico si aspetta dai Beach House: un pulsare elettronico continuo, riverberi e delay elettrici prodotti dalla chitarra di Alex Scally e tanta melodia. L’Inconnue è una composizione dall’afflato quasi sacro, sicuramente mistico, Drunk In LA dipinge l’oscurità della metropoli ritratta quando è più caotica e rumoristica, ma pur sempre affascinante, sempre bella. Dive poggia su una cassa che suona come il battito primordiale della Terra, per trasformarsi nel finale integrandosi nella modernità, veloce e rumorosa.

La suite malinconica Black Car è costruita su un giro sgraziato di metallofono. Uno dei brani dalla struttura più classica non solo in questo album, ma nell’intera storia dei Beach House, è Lose Your Smile, coi suoi accordi pieni di chitarra acustica dai quali nasce un’ottima pop song. Woo è una ninna nanna proveniente dall’oltre spazio, Girl of the Year l’ennesimo esempio dell’atmosfera onirica che la band sa creare con disarmante facilità. La conclusiva Last Ride è l’insieme perfetto di un pianoforte e una voce celestiali, un tappeto elettrico/elettronico, un finale maestoso.

“7” è la conferma che i Beach House sono una delle migliori band di questa generazione.

Andrea Manenti