Justin Vernon, meglio conosciuto come Bon Iver, e Aaron Dessner dei National hanno iniziato ad annusarsi con circospezione nel 2009. Big Red Machine non è un progetto a tavolino per stupire fan e addetti ai lavori. Parlano i fatti, il duo nasce con un’omonima canzone per la compilation Dark Was the Night, prodotta dallo stesso  Dessner a compedio di una campagna di sensibilizzazione contro l’AIDS. Il pezzo è una suite folk velata di elettronica con testi tra il criptico e l’apocalittico, sospirati con vibrante e oscura voce baritonale. Una dichiarazione di intenti che si discosta di parecchi anni luce dal senso comune di quello che il genere umano definisce da tempo immemore come “divertimento”, ma tant’è.

Imperterriti i due, ruzzolando saltuariamente tra le ceneri dell’apocalisse e qualche session montana, continuano a frequentarsi e far musica insieme. Curano il festival Eaux Claires nel Winsconsin e sperimentano i live giocandosela in casa, ma decisiva è l’adesione a PEOPLE, altrettanto criptica piattaforma web e raduno annuale berlinese che permette alla band di imbarcare Bryan Davendorf e Richard Reed Parry degli Arcade Fire. Dopo anni di attività eccoci dunque al disco d’esordio, prodotto da Jagjaguwar e anticipato da 4 canzoni pubblicate lo scorso mese  (Forest GreenLylaGratitude e Hymnostic).   

Dieci composizioni folk-troniche prodotte da Brad Cook e mixate da Jonathan Low presso lo studio dello stesso Dessner a New York,  tutto sommato molto più simili a canzoni di quanto ci si potesse immaginare. La cifra stilistica di Bon Iver emerge e predomina su tutte le atmosfere dell’album. Brani come  I Won’t Run from it e Hymnostic non sfigurerebbero tra i solfeggi di toponomastica a cui Vernon ci ha abituati con l’omonimo disco del 2011. Gli andamenti sincopati e i dub narcotici di OMDB, Lyla ed Air-Stryp fanno pensare ai recenti cubi di rubik sonori. Per dirla in soldoni: belle canzoni sommerse da tanto tric-trac. E tanto per gradire, qualche accenno ai coretti da boy scout persi per sempre nelle lande oscure di Lynch. Si sentano People Lullaby e specie Gratitude per fruire di ululati in falsetto e vocoder davvero encomiabili.

Solo il finale lascia intravedere un spiraglio di contaminazione tra le due identità sonore. Si chiama per l’appunto Melt e appare lo spirito dei National sotto le mentite spoglie dei Volcano Choir. Una danza-raptus dove la tensione palpabile di una frase ossesiva tengono l’acoltatore appeso a dondolare con le proprie fobie. A completare l’opera le chitarre elettriche in falsa partenza ciclica che lasciano nell’aria quello che potrebbe essere il significato di questo lavoro di questi due pesi medio-massimi della musica alternativa americana d’oggi. Dondolare per credere.

a cura di Tum Vecchio

La canzone da cui è nato il progetto

La recente esibizione a Berlino

Melt suonata l’anno scorso sempre a People Festival, Berlino