A cura di Paolo Ferrari

Vincitore di due Grammy Awards, acclamato songwriter e frontman degli adorati Smashing Pumpkins, Billy Corgan torna sulle scene musicali con “Ogilala”, il suo secondo album solista dopo l’esordio nel lontano 2005. “Ogilala” è anticipato da questo primo singolo, intitolato Aeronaut (lo potete ascoltare qui sopra), un brano dall’arrangiamento minimale al pianoforte, ma di grande intensità.

Il nuovo lavoro, in uscita il prossimo 13 ottobre su BMG/Believe, è stato prodotto da Rick Rubin e registrato ai Shangri La Studios di Malibu. Con una novità. Il buon Billy, adesso, preferisce farsi chiamare con il suo vero nome: William Patrick Corgan. Ecco cosa ha dichiarato il musicista americano a proposito del disco e di questa sua “seconda” avventura solista: «Non sono mai riuscito a capire il punto di separazione tra scrivere canzoni per me e scrivere canzoni per qualsiasi band. Tutte le canzoni che scrivo le percepisco in modo molto personale. Dopo aver composto i nuovi brani chitarra e voce, mi sono messo nelle mani di Rick Rubin per portare la musica dove voleva lui, pur mantenendo una struttura molto semplice e molecolare, senza bisogno di sfarzosi ricami».

Certo è che, soprattutto in passato, William Patrick Corgan ci ha abituato a veri e propri capolavori. A partire dal 1991 con i suoi Smashing Pumpkins ha sfornato una serie di canzoni destinate a rimanere nella storia del rock, almeno quello contemporaneo. Per l’occasione vi riproponiamo qualcuno dei nostri brani preferiti.

1.Partiamo dal primo disco, “Gish” (1991), ispirato all’omonima diva del cinema muto. Fatta eccezione per “Mellon Collie…”, che rappresenta un caso a parte, si tratta del miglior disco della band di Chicago, almeno per chi scrive. Fra le 10 tracce che compongono l’album, scegliamo Siva per la sua cupa alternanza tra rabbia grunge e scivoloni psichedelici. Una vera goduria.

2. Dal disco successivo, “Siamese Dream” (1993), da molti considerato inferiore soltanto a “Mellon Collie…”, è impossibile non citare Disarm. Colonna sonora per i deboli di cuore anni ’90, è tra le ballate più belle di un periodo sostanzialmente buio e depresso. Eccola in una versione acustica di 24 anni fa (ventiquattro!), grezza e depredata dell’orchestrazione presente su disco. Facciamo ancora due lacrime insieme, dai.

3. Il secondo disco degli Smashing Pumpkins contiene anche un altro dei loro pezzi più intensi e selvaggi. Silverfuck è un pugno nello stomaco. Questa versione live del 1993 è da pelle d’oca.

4-5. Per chi lo acquistò in cassettina nel 1995 fu un fulmine a ciel sereno. Per tutti gli altri “Mellon Collie and the Infinite Sadness” resta una vera e propria bibbia del sound alternativo di quegli anni. Opera omnia del pessimismo giovanile, il disco rappresenta il trionfo artistico e creativo di Billy Corgan, capace di scrivere ben 28 brani, uno più ispirato dell’altro, che descrivono la giornata di un ragazzo dall’alba al tramonto. Dentro c’è di tutto: ferocia e disperazione nelle tracce più noise, sogno e romanticismo nelle ballate, delicatezza infinita nella ricerca di se stessi. Tutto mescolato in un fiume in piena di chitarre in hyper fuzz, archi, rock progressivo e un’invidiabile vena pop. Almeno quattro i “manifesti”: Tonight Tonight, Zero (chi non aveva la maglietta alzi la mano), Bullet with Butterfly Wings e 1979. Qui vi proponiamo la stupenda Thirty-Three e un live di Here is no Why alla Brixton Academy di Londra nel 1996.

6. “Adore”, uscito nel 1998, rappresenta un radicale cambio di marcia. Le atmosfere si fanno ancora più cupe, la virata verso una dark-wave riaggiornata è evidente anche nella nuova immagine assunta dalla band, decisamente più gotica e vampiresca. L’intera opera è legata a un episodio drammatico, la scomparsa di Martha Louise Maes Corgan, la mamma di Billy, alla quale è dedicato uno dei brani più belli (For Martha). Il disco, però, risente della mancanza di Jimmy Chamberlin alla batteria, estromesso a causa dei suoi problemi con la droga. Chamberlain viene in parte sostituito da un uso massiccio di batterie elettroniche: il risultato è comunque buono, a tratti struggente. È il caso di To Sheila.

7. La leadership di Corgan diviene definitiva con il quinto album, “Machina/Machines of God” (2000). Al gruppo si unisce l’ex bassista delle Hole, Melissa Auf der Maur, che rimpiazza D’Arcy Wretzky, a sua volta finita nel tunnel della tossicodipendenza. Il disco segna anche lo scioglimento della band. La fine dei Pumpkins viene ufficializzata dopo l’ultimo concerto, un live di ben quattro ore nella loro Chicago. In “Machina” non tutto si salva. Raindrops + Sunshowers è forse l’episodio più interessante.

8. L’addio è in realtà un arrivederci, perché dopo sette anni di assenza Corgan richiama Chamberlain e riforma la band. “Zeitgeist”, però, è un disco sostanzialmente brutto. La coppia di superstiti tenta un ritorno a un suono più granitico e puro, quello dei primi due dischi, ma risulta vuota di idee. A tenere in piedi la baracca sono le care vecchie ritmiche di Chamberlain, che si conferma uno dei migliori batteristi rock degli ultimi tempi. C’è un brano, uno soltanto, degno dei migliori Pumpkins. È United States. Dal vivo si può apprezzare tutta la sua potenza.

Dopo “Zeitgeist” il gruppo pubblica altri due album, “Oceania” (2012) e “Monuments to an Elegy” (2014), che francamente non abbiamo mai preso in considerazione. Per noi gli Smashing Pumpkins, quelli veri, sono altri.