Schermata 2016-02-08 alle 23.26.46Siamo nel 2016 e la funzione della musica non è più la stessa di qualche anno/decennio fa. Oggi, infatti, ci sono molte più uscite e soprattutto modi diversi di ascoltarle. Una volta si compravano i supporti fisici e si dedicava all’ascolto la massima attenzione, oggi invece lo streaming si sta imponendo e soprattutto non abbiamo più il tempo di ascoltare tutto quello che vorremmo, quindi capita spesso di fruire di musica nuova mentre si sta facendo altro, quindi senza dedicare a essa la giusta concentrazione.

La conseguenza di tutto questo potrebbe essere una nuova forma d’arte musicale, ovvero quella espressamente pensata per essere ascoltata in questa modalità. Questa musica non è fatta per stimolare l’ascoltatore, dargli sensazioni di alcun tipo, smuovergli qualcosa dentro, e probabilmente nemmeno per essere comprata su supporto fisico. Questa musica è lì da mettere in streaming in ufficio con gli auricolari mentre si risponde alle mail pensando “mmm, andrà bene detta così o sono troppo diretto? Magari ceco di girarci un po’ intorno o di essere meno categorico”. E se sui PC aziendali spesso non è possibile installare una delle maggiori app per lo streaming, c’è la playlist su YouTube, che quella funziona sempre, non esiste alcun filtro aziendale che blocchi YouTube.

Questo nuovo disco dei Bloc Party appare proprio pensato per questo scopo. Se lo ascolti con attenzione, ci trovi mille pecche: un suono troppo freddo e con effetti che sembrano fini a se stessi, delle melodie da filastrocca, un cantato anonimo. Va riconosciuto alla band lo sforzo, per ognuna delle canzoni, di cercare un diverso espediente per non risultare proprio anonimi: l’iniziale “The Love Within” ha una ritmica regolare che va in sincrono con gli effetti digitali tipo wah wah; la successiva “Only He Can Heal Me” utilizza costantemente voci secondarie per conferire dinamismo alla parte vocale e cercare di trasferirlo a tutto il brano; “So Real” parte tranquilla per poi inserire un riff di chitarra dalla struttura simile a quelli dei tempi migliori ma con molta più morbidezza, e così via. Il problema è che suona tutto molto forzato, senz’anima, proprio come se i musicisti avessero la consapevolezza che qualcosa dovevano pur metterci senza però ben sapere cosa.

Però, se piazzi la playlist di YouTube e ti metti lì tranquillo a lavorare, è perfetto, perché ti dà il giusto sottofondo per vivere le ore in ufficio con un po’ di tensione in meno. Certo, fa tristezza pensare che la band di Silent Alarm si sia ridotta così, ma piuttosto che i fastidiosi ultimi due dischi, meglio questo, dato che almeno, a voler fare la Pollyanna di turno come sto facendo, una motivazione per ascoltarlo si riesce a trovarla.

Stefano Bartolotta