I Boss Hog dei coniugi Spencer escono dall’ibernazione come Austin Powers e riprendono il discorso da dove l’avevano interrotto. Anzi, direi che continuano il discorso senza aggiungere granché di nuovo. Restano tutte le peculiarità della loro carriera come divi del garage punk anni 90: una rivisitazione di Ike e Tina Turner con più sozzume e meno soul, una ritmica che richiama la Blues Explosion ma con un groove meno plastico e più rigido e un sound meno chitarristico.

L’ascolto scorre sciolto e senza colpi di scena, lungo 10 tracce, raramente uptempo e dritte e in solo caso, in 17, addirittura in 3/4 per disegnare un folk white trash con atmosfera da gotico americano. Ben arrangiate, sensuali e dure il giusto, le canzoni dei Boss Hog suonano, oggi ancora più di ieri, come prove di modernariato di classe, ancora più classico di certi eroi del periodo grunge che almeno hanno iniettato un po’ di elettronica nel loro suono, come le ultime fatiche di Mark Lanegan.

Un buon disco, di mestiere, classe e coolness, ma anche di tradizione e che gioca davvero sul sicuro. Mi lascia un po’ stranito pensare che il miglior ritorno di questo genere che ho sentito negli ultimi anni sia l’ultimo dei Sonics, che potrebbero essere i genitori di Cristina Martinez e coniuge, ma che menano ancora come metalmeccanici.
Insomma nulla che segni nel profondo, ma una buona idea regalo per amici rocker svogliati e per una serata di live music se capitano dalle vostre parti. Il tempo passa per tutti, ma a una certa età fa anche piacere avere la propria routine: decidete voi cosa state cercando e quindi se ascoltare “Brood X” o passare oltre.

Alessandro Scotti

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