Persi tra il dream pop e il rock barocco, ma abbastanza lucidi e freddi da guardarsi anche alle spalle, al big beat, o alla psichedelia degli anni 60, i Boy Azooga si trovano costretti a fare i conti con la complessità. A gestire troppi colori nella loro tavolozza, a onor del vero, se la cavano abbastanza bene. Ma questo esercizio di fredda tecnica li porta alla deriva verso un canzoniere che, invece di cercare la mossa giusta al momento giusto, sovraccarica e appesantisce il suono.

L’iniziale Breakfast Epiphany e Jerry sono le tracce in cui questo limite è meno evidente e dove la sovrapposizione di arpeggi semi acustici, elettronica finto-vintage e richiami ai bardi dell’infantilismo di Barret e Bolan danno i frutti più maturi; anche Face Behind the Cigarette centra il bersaglio con un funky pop lisergico che si sgonfia con classe nella strofa dream pop.

Taxi to Your Head, Losers in the Tomb e Hangover Square svelano invece le ambizioni maldestre e i limiti evidenti di una poetica che gioca col power pop e il dream pop senza percorrere fino in fondo nessuna delle due strade e che cerca di tenere assieme i corni del dilemma fuggendo dalla resa dei conti con progressioni progressive che creano confusione, invece di fare sintesi.

Da questo punto di vista, la traccia finale è paradigmatica. Parte con un minimalismo che le dà la lievità di una farfalla, ma come una farfalla dura giusto il tempo di crollare sotto il peso delle ennesime trovate che possono pur impressionare gli ingegneri alla ricerca di effetti speciali, ma certamente non le anime nobili in cerca di emozioni o i corpi caldi alla ricerca di ritmo.

Alessandro Scotti