“Something Else” è il diciassettesimo disco in studio dei Brian Jonestown Massacre, nonché primo di una doppia pubblicazione in questo 2018 (l’uscita di “Drained” è prevista per settembre), all’interno di una discografia interminabile. Infatti non si può certo dire che i BJM non siano prolifici, né tantomeno che nel corso della loro carriera non si siano evoluti, sempre nel nome della sperimentazione.

Nel loro lungo percorso, iniziato nel 1990, la band californiana ha esplorato diversi generi, tra cui shoegaze, garage anni ’60 e psichedelia, folk, world music ed elettronica, ed è sempre riuscita, malgrado gli innumerevoli stravolgimenti dei suoi componenti, a conservare l’essenza che la caratterizza.

Tutto ciò è stato possibile solo grazie alla figura controversa del leader e fondatore Anton Newcombe: cantante e polistrumentista, guru psichedelico, anima, mente e corpo del gruppo, unica costante negli anni in questo viaggio caleidoscopico. Da anni ormai il nome di Newcombe è diventato sinonimo di BJM, ma non è tanto una one man band quanto un fulcro creativo che irradia e pervade quello che lo circonda.

Dopo aver pubblicato una versione approssimativa delle nove tracce su YouTube, Newcombe lavora sulla produzione di “Something Else” dal suo studio di registrazione a Berlino senza apportare variazioni rilevanti. Il risultato è un disco meno sperimentale delle recenti versioni dei BJM e un ritorno al sound più retrò dei loro precedenti lavori, che reincarna l’hippiness californiano.

L’album apre con il singolo Hold That Thought, caratterizzato da un riff continuo di chitarra e batteria. L’organo accompagna la voce a tratti lamentosa di Newcombe mentre canta “Non ho casa / In questo mondo”. Animal Wisdom è un brano solo strumentale che fa ondeggiare su un sound che è ormai un marchio di fabbrica dei BJM. In Psychic Lips e soprattutto in Skin And Bones ritroviamo più riverbero e intensità che scuote un po’ di polvere di dosso. My Poor Heart, con i suoi assoli di chitarra, ci riporta indietro di qualche anno facendo l’occhiolino ai nostalgici dei BJM di fine anni ’90.

My Love è una ballad distorta e viscerale, mentre con Who Dreams Of Cats? e Fragmentation ci si abbandona al loro groove e agli assoli strumentali che rievocano lo spirito della summer of love. Chiude Silent Stream, la traccia più lunga dell’album, in un’atmosfera onirica tra chitarre ronzanti e distorte, un organo vorticoso, tamburi e sonagli a enfatizzare il tutto, mentre Newcombe intona profezie oscure come in un bad trip: “And float my soul away from here / The darkness wars will bring”.

Mi chiedo se effettivamente “Something Else” sia il titolo più azzeccato per questo disco: si presenta più come un ritorno alle radici, anche se con più consapevolezza e maturità. Sicuramente un album onesto e ben curato, che sarà apprezzato dai fedelissimi della band e dagli amanti del genere, che potranno goderselo nell’attesa di settembre, con le date italiane del tour e l’uscita del prossimo album.

Stefano Sordoni