Piumino blu elettrico e uno stupido cappello. Camicia tartan d’ordinanza, spalle basse e l’occhio a mezz’asta. Quando alza la testa e attacca a cantare, lancia uno sguardo al bancone e mostra la sbronza. C’è chi non ci è mai arrivato e chi non sa nemmeno da che parte andare. Benvenuti a Calcutta, città della gioia. Ma questa è Milano, una corsia d’ospedale. E stasera non c’è verso di tornare giù. La sala d’attesa è strapiena di pazienti con le tonsille ipertrofiche. Bruciano in gola le placche di “Frosinone” e “Cosa mi manchi a fare”. Edoardo entra dal retro con una ragazza appesa al piumino. “Secondo me inizia con Limonata”. E “Limonata” sia, con il coro di pazienti che si leva alto nel seminterrato dell’Ohibò. I gestori gongolano spillando birre bionde e rosse. Calcutta imbraccia la chitarra, sfodera una voce che non ti aspetti. Chi ha voluto tutto questo? Chi lo ha deciso? “Il mio disco dura solo 27 minuti”, dice, tanto vale pescare dal passato. “Questo pezzo è in chiave neomelodica, perché pensavo di suonarlo da Roma in giù”. E invece c’è chi lo canta anche qui, a due passi da piazzale Corvetto. Ci sono tutti: il Brambilla, il Fumagalli, il Galimberti, ma anche tanti romani fuori sede. Al bivio del live Calcutta convince ed emoziona. Sorseggia negroni, cita I Cani di “Velleità”, passa il microfono a un fan della prima ora. Sei bravissimo, urlano le nuove grupies. Qualcuno divarica la sciarpa con la grande scritta Mainstream. È quasi Natale, siamo tutti più buoni. Edoardo era detenuto in attesa di giudizio. Il concerto è stato il suo riscatto, la prova provata che il ragazzo ci sa fare. Guarito.

Paolo Ferrari