Del suo precedente disco, Cosmo parlava come del lavoro in cui si era maggiormente divertito. Ascoltando “Cosmotronic”, si sente l’esigenza di riformulare il concetto di divertimento, perché dentro c’è un intero parco giochi musicale che riempie le orecchie e dilata le aspettative di piacere e suggestione che Cosmo è capace di generare con la sua musica.

Si tratta di un doppio disco. Il primo è in parte quello che ci saremmo aspettati dopo “L’ultima festa” (2016): tracce in cui Jacopo Bianchi si siede sul lettino dell’analista e si confessa puntandosi addosso un neon ansiogeno (L’amore, Quando ho incontrato te). A questo giro però, decide di prendersi meno sul serio: cantando si scrolla di dosso la necessità di doversi capire e farsi capire nell’immediato, e rifiuta apertamente un certo conformismo che non è solamente artistico ma spesso umano. Fin dalle battute iniziali: Vorrei raccontare la verità / Non fare danni / Vorrei stiracchiarmi / Rilassarmi / Vorrei cantare bene al primo colpo / Vorrei scrivere una canzone in un minuto / Fare tutto in un unico concerto.

Cosmo inizia così, con una dichiarazione di intenti sganciata come la bomba definitiva sulla patina impegnata della musica italiana, che è tramontata da quando gli Stato Sociale hanno iniziato a riempire i palazzetti di under 18 piangenti, ma anche da quando esistono le magliette contraffatte dei Canova. Ma forse già molto molto prima. Non solo. Cosmo ha fatto quello che dovrebbero avere il coraggio di fare tutti gli artisti, anzi tutti noi: essere liberi di non rinnegare ciò che siamo, la nostra voglia di ballare, di sudare, di volerci bene fino ad abbracciarci. E che tutto questo ha valore, è primitivo, è tribale, è qualcosa per cui vale la pena lottare. Ho voglia di ballare solo di ballare / E se ti senti morire dall’imbarazzo / non farti schiacciare, chi ti giudica è male.

Nel secondo disco, invece, la cassa si fa più dritta e Cosmo ci propone il suo flirting con il clubbing più underground, che ha anche iniziato a promuovere nella sua città natale con l’evento Ivreatronic. Passa a uno stile meno immediato, figlio di un genere maggiormente di nicchia, ma nello stesso tempo riesce a mantenerlo sui binari di una comunicazione pop, anche laddove i beat (Ivrea Bangkok e Attraverso lo specchio) richiamano a specialisti come Boards of Canada e il John Hopkins di “Immunity”.

E anche dove il suono si fa più dance, alla fine di ogni pezzo rimane sempre un nodo alla gola. Questa peculiarità è presente nello stesso video di Turbo, dove l’effetto è straniante: delle ragazze in hijab argentati ballano mentre dei militari fermano Cosmo in un luogo in rovina, e proprio tra le macerie si fanno largo dei campionamenti di musica siriana (guardando alla Siria di oggi non sembra una totale casualità). Il tutto prestato a un brano ad alto tasso di divertimento (vedi testo).

“Cosmotronic” è un turbine che sovverte qualsiasi aspettativa e lo fa in tutti gli aspetti possibili del progetto: nei testi, dove canta esplicitamente questo desiderio e gioca con assonanze improbabili (il pezzo primo si dice che si stato registrato in un unico take); nella struttura della canzone: ci sono tracce più libere, dove «le regole e le strutture non viaggiano su moduli che ritornano come strofa – ritornello – bridge, ma sono costruiti su un flusso di crescita e discesa continuo»; nell’attingere a musiche, discorsi, vite e mondi lontani in modo molto accurato grazie ai vari campionamenti (Damascus between the lines, un discorso di sua madre sulla vita, poi quello di un bambino, il Coro delle lavandaie della Nuova Compagnia di Canto Popolare etc.); nei live anche, almeno da quanto preannunciato finora: se già prima si facevano notare per la scelta delle luci e una atmosfera minimale, ora i suoi concerti dovrebbero essere dei veri e propri piccoli festival, dove la sua performance sarà solo una delle esibizioni che prenderanno parte a una notte ben più lunga e varia. E lo fa anche dal punto di vista del prodotto fisico stesso, perché in un periodo dove la fruizione è ridotta al singolo, questo lavoro della durata di un’ora e un quarto rappresenta anche una sfida al suo pubblico.

Sarebbe stato interessante capire che tipo di riscontro avrebbe avuto questo disco (soprattutto il secondo) se non ci fosse stato tutto questo hype e la Calcutta-mania ormai incomprensibile e dilaganti. Per il semplice fatto che prima di Cosmo c’erano i Drink To Me, questo è un progetto interessantissimo per la musica indie in Italia, ma che ha visto ben altre dinamiche.

Per ora ci teniamo stretti la libertà di Cosmo in questo disco e il ruolo che svolge nel panorama indie italiano, che ci invita ad avere degli orizzonti più vasti e renderci conto di quanto voler a tutti i costi etichettare un artista sia tutto sommato inutile nel momento in cui è capace di sorprenderti (e anche di farti ballare).

Andrea Frangi