Il Signor Dente è un ragazzo estremamente peculiare; gli piace suonare la chitarra, scrivere e cantare canzoni, ed è soprattutto una persona estremamente intelligente con un senso dell’umorismo affilato come il gioiello di un regale inglese. Ogni tanto lo descrivono come un “depresso geniale”. Se sia depresso non lo so, sono affari suoi. So solo che lo spettacolo musical-teatrale che sta portando in scena con il funambolo della parola Guido Catalano, dal titolo “Contemporaneamente Insieme”, gli ha permesso di esporre il suo lato più brillante e, come lo chiama lui, “cazzone”. Poi c’è anche Lodo Guenzi che fortunatamente a questo giro non canta ma dirige soltanto. Il tour è ora nel pieno della sua tranche estiva, un buon momento per fare due chiacchiere tra bilanci e futuro.

Ho provato a fare una chiacchierata telefonica con il Signor Dente prima della tappa cosentina del tour, mi ha risposto con un tono di voce preoccupato; “dovevamo fare il soundcheck tre ore fa, lo stiamo cominciando ora!” Quando gli ho proposto di rimandare al giorno dopo ho percepito che stava provando la sensazione che avevi al liceo quando la prof di Storia diceva “interrogo la prossima volta”.

Il nostro tete-a-tete telefonico ha luogo il giorno successivo, alle 15 15 di un afoso pomeriggio di luglio; il Signor Dente è in aeroporto che attende il proprio volo di ritorno, è chiaramente molto più tranquillo rispetto alla sera prima ed ha una mezzora abbondante da ingannare. Ottimi presupposti per una telefonata defaticante.

EN: Ciao Signor Dente! Allora, com’è andato lo spettacolo ieri sera?

D: Bene dai, concerto in piazza…difficile ma bello.

EN. Partiamo con la nostra chiacchierata. Sarò breve, così poi ti lascio agli aerei che sono senza dubbio più interessanti di me.

Sei attualmente in tour con Guido Catalano per “Contemporaneamente Insieme”, uno show un poco crossover, atipico. Una tematica che ricorre spesso nello spettacolo è quella dell’amore, giusto?

D. Giusto.

EN: Hai parlato in qualche intervista del tuo innamoramento verso la poetica di Guido Catalano; è stato un colpo di fulmine o uno di quei processi graduali, come quando cominci a frequentare una persona e dopo qualche mese scopri di essertene innamorato?

D. Per me è stato un colpo di fulmine; tanti anni fa, quando ho letto le sue prime cose, è stato un colpo di fulmine quasi “autoriferito” [risate]. Mi sono incuriosito tantissimo leggendo le sue cose perché ho pensato che avrei potuto scriverle io, quindi mi faceva strano leggere qualcuno così vicino al mio modo di scrivere, è abbastanza bizzarro, quindi mi ha incuriosito tantissimo oltre ovviamente ad essermi piaciuto; dopotutto mi piacciono le cose che faccio io, quindi mi piacciono anche le cose che fa lui.

Poi nel tempo ci siamo conosciuti e abbiamo imparato anche ad apprezzare altre cose, a conoscerci meglio, ad “amarci” in altri modi, scoprendo di avere così tanto in comune che anche prima di conoscere la produzione l’uno dell’altro abbiamo scritto cose praticamente identiche, il che è piuttosto impressionante.

EN: Questo vi farà molto gioco nello spettacolo, immagino.

D. Assolutamente si,

EN. Un lato in comune che si può vedere in entrambi è quello di essere, in un certo modo, due “anti-rockstar”; io ricordo quando ero un giovanotto, anche tu eri un giovanotto, eri uscito in mezzo a queste produzioni un po’ americaneggianti di tantissimi gruppi italiani super RUOCK; tu ne sei venuto fuori un poco come un fiore nel deserto, un cantautore superironicamente anti-rock, mentre Catalano invece ha dichiarato di aver sempre voluto fare la rockstar ed ora in qualche modo ci è riuscito, ma in un modo diametralmente opposto rispetto ad un Pete Townshend, per dire. Siete entrambi rockstar atipiche?

D. Assolutamente. Abbiamo un modo di affrontare le cose e di vedere il mondo molto simile, questo viene fuori in quello che scriviamo ed in quello che siamo.

EN: E Guido come se la cava con la chitarra?

D. Malissimo. [risate] Però è un ottimo suonatore di armonica, un abile suonatore di blues.

EN. Ottimo, il blues è un po’ il pane dell’armonicista.

C’è poi nello spettacolo un terzo elemento, un’altra rockstar-non-rockstar, che vi coordina, Lodo Guenzi; immagino ti abbia aperto un mondo, quello del teatro, che prima magari non conoscevi bene.

D. Lodo è uno scaltro uomo di teatro, ci ha dato grandi consigli, ha apparecchiato e messo giù in modo sensato le idee mie e di Guido e ci ha insegnato qualche trucco per stare sul palco in un certo modo che né Guido né io avevamo mai affrontato.

EN. Mi incuriosisce pensare a quali tra questi trucchi guenziani ti porterai dietro quando riprenderai la tua carriera di RUOCKSTAR.

D. [risate] Chi lo sa…forse qualcuno. Sai, io quando faccio i concerti tendo e spero di tendere a fare sempre più musica e meno parole, quindi di parti che si possono definire recitate o parlate spero di farne sempre meno, quindi non lo so. Le tecniche che ci ha insegnato Lodo sono più quelle legate all’intrattenimento, come far trapelare sentimenti e trasmettere emozioni anche quando non li stai provando.

EN. Nel corso del tour avete dato la possibilità al pubblico di scrivere delle proprie dichiarazioni d’amore e farvele avere sul palco; ne porterai qualcuna in particolare nel cuore?

D. Alcune fanno veramente morir dal ridere; ieri sera me n’è arrivata una che diceva tipo: “sei simpatico, mi piaci, bella voce, ma sotto le mutande come sei messo?” Questa è una dichiarazione d’amore interessante.

EN. Siamo sempre fermi lì insomma, sempre fermi al pène! Diciamo così, mi lancio. [risate]

D. E poi ci sono anche cose molto profonde; quella che passerà alla storia di questo spettacolo, anche visto il momento storico è: “sei il mio reddito di cittadinanza.

EN: Meraviglioso. Me la rivendo!

Questo mi fa planare verso un altro argomento che volevo trattare con te, quello dello humour. Cosa è per voi? Un’arma, un mostro? Temete di essere identificati come umoristi?

D. Come abili umoristi? Diciamo di no, in questo spettacolo entrambi, più io che Guido, portiamo sul palco una parte un poco più intima di noi: io dico e faccio cose che non avrei mai pensato di dire e fare su un palco, mostro un lato che non avevo mai mostrato, quello appunto dell’essere un poco più cazzone, a briglie sciolte.

EN. Scanzonato!

D. Scanzonato, si, ma come lo sono poi nella vita, tu mi conosci poi e lo sai.

EN. Vero, sei un guascone.

D. Quindi porto sul palco questa parte di me che prima mostravo meno o non mostravo affatto.

EN. Prima che parta il tuo aereo vorrei parlare di un argomento che a me sta particolarmente a cuore, ovvero la tua carriera prettamente musicale, con tutto il rispetto per Guido Catalano [risate]. E’ uscito qualche tempo fa un pezzo che si intitola “Quello che si Ha”, secondo me una delle cose migliori uscite quest’anno, che portava con sé moltissimo delle sonorità del tour [con i Plastic Made Sofa] a supporto del tuo ultimo album, “Canzoni per Metà”. Si è trattato di un episodio o la tua musica sta andando verso quella direzione?

D. Quello è stato un esperimento, sto andando da un’altra parte. Sto registrando provini di pezzi nuovi, spero di far uscire qualcosa in autunno, ma sto andando in un’altra direzione rispetto a quel brano.

EN. Le prossime saranno canzoni per intero?

D. Sono tutte canzoni per intero, molto per intero. Sono tornato ad occuparmi di ritornelli.

EN. Quindi poi ricalcherai le scene; durante questo tour con Guido ti è mai capitato di voltarti e pensare “quanto vorrei che il mio batterista fosse qui?”

D. Si, è capitato. Ad un certo punto della preparazione dello spettacolo estivo abbiamo anche pensato di introdurre altri musicisti, poi però abbiamo concordato che sul palco in due saremmo stati meglio. Ho comunque sentito questa esigenza, forse è una cosa che sento solo io perché mi sento troppo “nudo” a suonare solo con la chitarra o il piano, non essendo questo grande maestro o tecnicone, sono sempre un pochettino in imbarazzo a stare da solo sul palco.

EN: Magari il tour del 2016 in cui hai rifatto il tuo album d’esordio “Anice in Bocca” voce e chitarra ti è servito da riscaldamento,

D. Eh, quella roba lì non è stata facile.

EN. Ultima domanda; tanti anni fa hai registrato nello studio La Sauna a Varano Borghi. Credo tu sappia che il gran capo, proprietario e fonico della sala, Andrea Cajelli, ci ha lasciati qualche tempo addietro. Hai qualche ricordo in particolare del “Cajo”?

D. Lo ricordo come una persona deliziosa. “Delizioso” mi sembra il termine adatto. Una grandissimo amante della musica, cui stava dedicando la vita. E’ stata una brutta mazzata. Io ho registrato da lui il mio disco più importante [L’amore non è Bello, 2009], è stata un’esperienza molto bella a livello umano stare con lui un po’ di giorni, di cui ho un bellissimo ricordo.

EN. Finora nessuno ha ancora detto il contrario.

D. No, è difficile.

EN. Anche perché entrare in uno studio e trovare un cartellino con scritto “per emergenze telefonare Pizzeria Mario” con poi il numero di telefono è una cosa che capita in pochi altri posti.

D. [risate] E’ difficile che qualcuno non abbia a cuore quel ragazzo.

EN. Esatto, assolutamente, Ti ringrazio e ti auguro un buon volo, ci vediamo per una pizza prima o poi!

D. [ride] Grazie a te, ciao caro,