Certe cose, per fortuna, non cambiano mai. I Disordine, a quattordici anni da quella volta in cui tre ragazzi del Lago d’Iseo (Pierp alla chitarra e alla voce, Vana al basso e Cama alla batteria) si trovarono per esprimere tutta la loro rabbia, tornano ancora una volta più potenti che mai a insegnare l’hardcore alle nuove generazioni.

Basti il gancio sinistro del pugile in copertina per rappresentare i pugni in faccia che l’ascoltatore di questo “Pianosequenza” si beccherà per tutte e nove le tracce del disco. Perché l’Italia sarà la patria della melodia, ma sin dagli anni Ottanta è anche una delle culle più rispettate al mondo hardcore, quella scheggia violenta e impazzita nata dal punk.

In mano niente è una scarica elettrica urlata per un testo nichilista come vuole la miglior tradizione di band storiche come Negazione o Indigesti, Stimolo/Abitudine è ricca di stop & go della scuola newyorkese di band come Sick of It All o Madball, ne Il giorno perfetto i Disordine concordano con i Sottopressione dell’anthem Distruggersi per poi risorgere. Questi i punti fissi del trio lacustre, esplorati e resi propri per l’intera durata dell’album. Il brano più personale del lotto è certamente Amaro in bocca, canzone su un amore finito che ancora fa male, ancora ferisce, mentre la maschera di pirandelliana memoria è il tema di Nessuna buona ragione, che incarna un mondo senza vere personalità, un mondo di copie, e perciò un mondo triste.

“Avresti mai pensato di trovarmi ancora in piedi?” sbraita Pierp in Ancora in piedi, prima traccia del lato B del vinile (sì, del vinile, rigorosamente numerato a mano… perché in certi mondi musicali le cose le si fanno ancora bene e con passione); è invece un lungo feedback a dar l’avvio all’anti consumistica Il gioco dell’inutile. Come in un film riprende il titolo del disco narrando di una vita vissuta come in un piano sequenza cinematografico, in cui non si può tornare indietro, in cui ciò che è fatto è fatto.

Infine Il pezzo mancante parla di quello che non c’è, di quello che manca, del “pezzo mancante” appunto, e porta così l’ascoltatore alla fine di questa pazza corsa a tratti nichilista, ma sempre potente e fatta di una chiara e fiera identità: il punk, l’hardcore.

Andrea Manenti