Monza, 16 giugno 2017

di Paolo Ferrari

È buio pesto. Il pubblico dei Radiohead è ormai sfollato, si va verso l’uscita. Cammino in cordata in mezzo al parco di Monza, teatro del festival peggio organizzato dai tempi del Carlo Cudega. Scorgo a malapena la suola delle scarpe, gomma bianca e profili rossi, e la boscaglia fitta fitta tagliata dalla luce di un lampione. Si procede alla cieca, incrocio un sentiero che si chiama via dei Mulini Asciutti. Sempre dritto e siamo alla macchina, penso. Ho ancora addosso l’odore di erba secca e terra bruciata. In questo vuoto apparente fatto di sagome scure e grovigli di rami, l’occasione è ghiotta per continuare a sognare. Qui, nel buio del parco, è come se non avessi mai riaperto gli occhi dopo l’ultima nota di Karma Police, la chiusura perfetta di un live che sa già di storia.

Riparto dalla fine, dal ricordo più vivido e intenso. Da Karma Police, appunto, e da Creep, penultima di una serie infinita di sorprese. Inutile descrivere il trasporto di una folla oceanica pronta a cantare a memoria l’inno dei disadattati di fine millennio. Inutile e scontato soffermarsi sul sentire comune di fronte a una canzone-manifesto che per troppo tempo i Radiohead avevano smesso di suonare. Inutile, perché in realtà ognuno vive il disagio a modo suo. Ho visto un teenager con la maglietta dei Joy Division leggere “Robinson Crusoe” prima che la band salisse sul palco. Ho sentito una ragazza urlare almeno venti volte «Ti amo Thom, quanto sei dolce!» nell’orecchio del fidanzato. Ho sniffato per sbaglio l’alito al rum di due trentenni ubriachi sbarcati a Monza per far casino. Sul finale, ho incrociato lo sguardo in lacrime di un cinquantenne che ripassava i suoi anni migliori aggrappato alle spalle della moglie.

Sono ancora a metà strada. Sento di nuovo Thom urlare tra un pezzo e l’altro in un italiano stentato: «Voi siete pazzi, ne volete ancora?». Sì, siamo pazzi, ne vogliamo ancora. Durante Fake Plastic Trees è difficile non piangere, non dimenarsi, non abbracciarsi. Le perle non si contano: Bodysnatcher, 2+2=5, Paranoid Android, Exit Music (for a Film). In cima alla scaletta c’è Daydreamer, un invito al volo.

Mentre costeggio il Lambro ripenso a Jonny Greenwood in stato di grazia. Qualunque cosa abbia in mano, la suona come se avesse un’intera orchestra a disposizione. Il fratello Colin, oggi più che mai, sprigiona una potenza a quattro corde che neanche una Ferrari al curvone di Lesmo. O’Brien e Selwey chiudono un cerchio malleabile e mutante, che in formato live assume dimensioni cosmiche. Al centro c’è lui, Thom Yorke, una voce capace di passare dalle lame della tristezza a modulazioni smaccatamente sexy e robotiche.

Mi distraggo per un attimo, dopo tre chilometri (tre) il mio viaggio sembra terminato. Laggiù in fondo c’è una luce. La fine del parco è vicina. La macchina, l’asfalto, le villette a schiera della Brianza che lavora. Qualche passo ancora e la boscaglia fitta fitta scompare dietro l’ultima staccionata. Scompare alla vista ma non dal cuore, direbbe qualcuno. In tangenziale mi torna in mente la foresta di Stanley Donwood nell’artwork di “Kings of Limbs”. Decido di restare lì, tra gli alberi, dove i Radiohead mi hanno portato stasera. Fuori c’è troppa normalità. Ma noi siamo pazzi, vero Thom?

 

Monza, 16 giugno 2017

della Vedova Tizzini

PROLOGO. Pare che un certo Charles Thompson attraverso una complicata formula matematica, da lui stesso indicata come Gloom Index, sia arrivato a individuare con elevata probabilità logica la canzone più triste dei Radiohead. I calcoli di Thompson hanno dato questo primato a True Love Waits, pezzo che pare attestarsi anche come il più famoso mai pubblicato dalla band. Composto nel 1995, ai tempi di “The Bends”, non fu mai inserito in nessun album fino all’uscita di “I Might Be Wrong” nel 2001, dove comparve in una versione eseguita live a Oslo. Il riconoscimento definitivo è però molto più tardo e fa capolino in una versione riarrangiata che chiude l’ultimo lavoro della band “A Moon Shaped Pool”.

Venerdì sera purtroppo non ho avuto il piacere di ascoltarla dal vivo, ma non posso certo lamentarmi di questa mancanza, perché sono stati talmente tanti, talmente belli e talmente importanti i pezzi eseguiti per l’occasione, che sarebbe da veri irriconoscenti opporre qualunque tipo di critica. Questo report non intende però elencare la scaletta, né tantomeno spendersi in elucubrazioni sulla musica dei Radiohead, sul loro grado di maturità, sulla loro indiscussa caratura artistica, nonché sulla loro importanza all’interno del panorama musicale internazionale degli ultimi 20 anni. Per queste cose lascio la parola a chi fa questo di mestiere, che ne sa sicuramente più di me. Quello che mi ha spinto a stendere queste (poche?) righe sono state principalmente due riflessioni, la prima che mi attanagliava prima di assistere al concerto di Monza, la seconda che mi si è palesata sotto forma di illuminazione la notte successiva. Ma andiamo con ordine.

I RADIOHEAD E I GRANDI SPAZI
Non ho mai amato i grandi concerti. Per godere davvero di una band, e di una band come i Radiohead in particolare, l’ascolto a mio parere dovrebbe avvenire al chiuso, di notte, davanti a non più di 100 persone. Vivo la musica dei Radiohead come la colonna sonora di un rituale, una cerimonia intima, personale, protetta. La prospettiva di trovarmi all’Autodromo di Monza, davanti a un palco monumentale e insieme a 60.000 cristiani (di cui molti veneti) era discretamente distante da questo ideale, usando un eufemismo. Per non parlare degli sbattimenti indicibili che sapevo mi si sarebbero parati davanti a livello logistico e che mi hanno spinto a studiare fantasiosi percorsi alternativi per dribblare quella che consideravo (e considero in ogni circostanza similare) la tripletta della morte: parking a pagamento, navetta carro bestiame e code chilometriche in tangenziale.

Date e accettate le premesse, quello che mi premeva di più capire era se sarei comunque riuscita a godere di quell’esperienza dal sapore trascendente che i Radiohead sanno trasmettere nei loro dischi e a maggior ragione dal vivo, a chi li ascolta. In sostanza, mi chiedevo se il live di Monza sarebbe riuscito a oltrepassare i confini di un gran concerto, suonato da una grande band, come altri ne avevo sentiti in passato da parte loro, per sconfinare nel campo delle esperienze esistenziali che ti accompagnano al pari dei momenti più salienti della tua vita.
E se sto scrivendo tutto ‘sto pippone è ovviamente perché la risposta è che ci sono riusciti alla stragrande, complice una scaletta da stracciare l’anima. In un mio post su Facebook ho dichiarato che se dopo questa infilata (in ordine sparso), Fake Plastic Tree, 2+2=5, Pyramid Song, Reckoner, Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e Creep avessero inserito anche Fade Out, invece che nel mio letto, la mattina dopo mi sarei risvegliata direttamente nell’aldilà. Fortunatamente non è accaduto. Sta di fatto che ho capito che, se i Radiohead sono stati in grado di elevarsi oltre le vette del sublime, è stato anche perché a mio modo di vedere la scelta dei pezzi, gli arrangiamenti, la voce di Thom sono riusciti a concretizzare in questo live molto più che in altri, la sublime qualità tattile del suono, quella splendida magia che trasforma l’onda immateriale e inconsistente che chiamiamo musica in una meravigliosa carezza che ti arriva dritta al centro dell’anima.

I RADIOHEAD E LA TRISTEZZA
Per chiudere quello che sta entrando di diritto nella top 5 dei pezzi più lunghi di Indie-Zone, mi ricollego all’inizio del report, per condividere la famosa illuminazione notturna che mi ha colto verso le 3 del mattino di sabato sera, a 24 ore dalla fine del concerto. E che ha a che fare con la tristezza e con le lacrime che sono scese copiose durante alcuni pezzi eseguiti nel religioso silenzio del pubblico (fatto salvo per alcuni sporadici schiamazzi dei sopracitati veneti) durante l’epica serata di venerdì. Mai come in questa occasione ho percepito con chiarezza che la tristezza è in assoluto il mio sentimento preferito, perché capace di una gamma pressoché infinita di dolcissime sfumature. Quella tristezza di cui i testi e gli accordi dei Radiohead gocciolano come rubinetti chiusi a metà, è una condizione necessaria per accedere a una dimensione più autentica del sentire, perché conserva in sé il dolore delicato della perdita, la nostalgia lancinante del distacco, l’espansione pura dell’amore. E io, dopo questo concerto, posso dire che i Radiohead li amo in un modo di cui forse prima non avevo mai fatto esperienza.