Prato, 1 settembre 2018

Per i vicoli di Prato c’è una strana atmosfera. Da una parte l’euforia di una città che da qualche giorno ruota intorno a un evento, “Settembre – Prato è Spettacolo”, di certo totalizzante. Dall’altra una nube nera che sembra avvolgere il centro in una spirale tutt’altro che rassicurante. A dominare la scena è proprio quest’ultima, oscura presenza. Una colata di fiero pessimismo che si materializza nelle decine di fan degli Einstürzende Neubauten che ciondolano in attesa dei loro beniamini.

Non me ne vogliano tutti gli altri, ma bisogna ammettere che in pochi minuti lo storico collettivo tedesco conquista letteralmente la serata, trascinando anche i più refrattari nelle viscere di un mondo altro, talmente distorto da risultare terribilmente affascinante.

Un concerto straordinario, il loro, che inizia prima del previsto a causa di una brutta avventura capitata ai dEUS. E così, slittato a orario da definirsi il live dei vicini di casa di Anversa, Blixa Bargeld e soci si presentano sul palco con The Garden, un incipit rassicurante che apre le porte a un autentico viaggio sonoro nei loro ultimi vent’anni di carriera.

I fan di cui sopra si stringono nelle loro magliette dei Joy Division e ascoltano in religioso silenzio, come di fronte a un vate. Accompagnato da un assortimento di strumenti di ogni tipo, Blixa non delude le aspettative ammaestrando il pubblico con le sue invettive post-industriali, a braccia aperte e ciuffo grigio ben impomatato.

Il basso torbido di Alexander Hacke incornicia i brani più movimentati in un’aura post-punk, ma la versatilità raggiunta dagli Einstürzende regala un live che passa dalla sperimentazione meccanica degli esordi a momenti in cui la melodia si prende la meritata rivincita. L’alternanza fra rumore e silenzio, monito e poesia, è ormai il marchio di fabbrica dei nuovi Neubauten. Una lezione che Blixa ha scritto, modellato e impartito al fianco di Nick Cave quando era parte integrante dei Bad Seeds, e che oggi dispensa dal palco con teatrale eleganza.

L’interpretazione in brani come Dead Friends (Around the Corner) e Unvollstandigkeit raggiunge vette altissime. La voce narrante di Bargeld si lascia a tratti accarezzare dal fruscio di una sega circolare (Sonnenbarke), danza sui rintocchi metallici di una tubatura (Youme & Meyou), viene subissata da un bidone percosso con la violenza di un capo tribù.

Quando dal cassone di un caterpillar vengono rovesciati sul palco migliaia di viti e listarelle di ferro, sembra di sprofondare in un buco nero. Il pubblico accenna un applauso, ma Blixa, con un gesto della mano, richiama di nuovo l’attenzione su di sè e riprende a ricamare la sua tela messianica. Un sudario che intreccia musica e parole, e che si adagia lentamente sulla platea adorante. How Did I Die chiude momentaneamente il set prima dell’encore, affidato a Let’s Do It a Dada e Total Eclipse of The Sun.

La Messa celebrata dagli Einstürzende Neubauten basterebbe a giustificare questo sabato toscano. Ma la serata in piazza Duomo è impreziosita da altre due band di assoluto riferimento nel panorama alternativo internazionale. Una serata iniziata con l’esibizione dei Blonde Redhead, impegnati in una lunga cavalcata nei meandri del dream pop, delle antiche passioni per il noise e del rock sperimentale tout court, che ha messo subito in chiaro la caratura del trio.

I gemelli Amedeo e Simone Pace, uniti alla cantante Kazu Makino, armata del suo tipico falsetto, non si sono certo risparmiati. Dai vecchi classici come Symphony of Treble e Loved Despite of Great Faults sono passati con straordinaria disinvoltura alle tracce che hanno segnato la nuova era della band newyorkese (da “23” in poi, per intenderci).

I dEUS, la band più attesa dal sottoscritto, meritano invece un discorso a parte. Avrebbero dovuto suonare alle 21.00, prima degli Einstürzende Neubauten, ma il camion della produzione con al seguito la loro backline si è presentato a Prato soltanto alle 22.00. Che fare? Facciamo saltare tutto o ci proviamo comunque? L’organizzazione del festival, con un miracolo burocratico, è riuscita in breve tempo a ottenere i permessi per suonare oltre la mezzanotte. Un’impresa per niente scontata, che merita di essere rivendicata. Il resto lo ha fatto un gruppo di musicisti meravigliosi, che in quasi trent’anni di carriera non hanno mai perso l’ispirazione.

In un set necessariamente ridotto a 40 minuti, Tom Barman e compagni hanno improvvisato una breve scaletta senza badare a nulla. Non un greatest hits e nemmeno un contentino, ma un piccolo show di otto brani, che nella sua incompletezza è risultato perfetto. L’elenco dei pezzi mancanti (da Suds and Soda a For the Roses, fino Little Arithmetics e Serpentine, per citare le grandi assenti) è forse più lungo di quelli eseguiti.

Ma abbandonare la piazza con l’amaro in bocca e le umili scuse di Tom Barman che ancora risuonano in testa sarebbe troppo facile. Meglio lasciarsi invadere dalla bellezza di Hotellounge (Be the Death of Me) e da quel coro che da solo riuscirebbe a sciogliere anche i cuori più duri. You move me, you move me, you move me round and round.

Paolo Ferrari

 

I video sono tratti dai profili YouTube di FOG3388, SuzySecret e deviato.