Diciamocelo chiaro: Father John Misty ci sta un bel po’ sulle balle, ed i motivi sono essenzialmente due: il primo è la sua fattuale autoproclamazione, spocchiosa e misantropica, a gran cerimoniere del rock d’autore, a sacerdote – hippie ed hipster- portatore del verbo, in possesso della rivelazione, mai umile, piuttosto cinico e supponente, retorico quanto sardonico. Il secondo è che un personaggio del genere possa avere così innegabile talento, tale forbito quanto elegante armamentario lirico-compositivo.

Con Father John Misty, Joshua Michael “Josh” Tillman ha trovato la maschera perfetta: beve dalla fonte di decenni e decenni di rock americano cantautorale, può essere soave ed intimo senza prestare il fianco o mettersi a nudo, universalizzando i propri problemi con la sua voce calda e il suo lagnarsi strategico, recita sermoni e sentenzia dietro ad arrangiamenti musicali intelligenti e curati. Può essere colui che è “bored in USA” come colui che dice a Dio di “provare qualcosa di meno ambizioso la prossima volta che si sta annoiando”.

JFM stavolta decide di mettersi la maschera di Mr. Tillman e la mossa è studiata e ruffiana: ostentare una propria vulnerabilità, una dignità conformista, i problemi e i turbamenti dell’uomo comune; il tutto dentro a uno spessore artistico e compositivo che, ancora una volta, denota caratteri di eccellenza.

Questo “God’s Favourite Customer”, prodotto a un solo anno di distanza dal chiacchierato ma apprezzatissimo “Pure Comedy” ha tratti più semplici, è meno arrogante (ma pur sempre autoreferenziale), scivola veloce e con minore opulenza. Nonostante ci sia dentro tanto Elton John, c’è anche parecchio Sufjan Stevens e Rufus Wainwright con il loro carico di intimità.

Cronista di se stesso nel domandarsi dei valori primitivi e veri dell’essere umano, autoritratto sconsolato di uomo spaesato e bagnato dalla pioggia (disegno che emerge dalla placida e delicata God’s Favourite Customer, che dà il nome all’album), all’interno di una società ormai decotta che Father John Misty aveva ben disegnato, Mr. Tillman torna a chiedere, a domandare (sia in apertura con la pulsante Hangout at the Gallows come in chiusura con We’re Only People), a cercare riferimenti e certezze, ad aggrapparsi all’amore come possibile unico faro (le morbide e malinconiche Please Don’t Die e Just Dumb Enough To Try). Dalla montagna il profeta è sceso in mezzo al popolo per dimostrare di poter essere uno di noi. In attesa della prossima maschera.

Anban