Recensione di Ruins delle First Aid KitQuarto album in studio per le sorelle Söderberg, il secondo per Columbia Records. Un bagno nell’America dei ’70 e di Emmylou Harris, country e folk, tornano a proporre i suoni che le hanno rese famose, lasciando qualche porta aperta a piccole sperimentazioni. Forse grazie anche al produttore Tucker Martine (Decemberists), che le ha aiutate a muoversi tra sound e stili diversi, chiamando a raccolta musicisti come McKenzie Smith e Peter Buck.

Rebel Heart, la traccia d’apertura, ha un approccio rock alla Ryan Adams, che sfocia nel crescendo finale. Segue It’s a Shame, un altro assaggio elettrico che ritroviamo in Fireworks, per poi tornare al country/folk di Postcard, punto cardine delle First Aid Kit, che sembra essere la loro intenzione più naturale. To Live e Life è la perla più preziosa del disco, una ballad straziante, che fa breccia sotto pelle fin dal primo ascolto.

In My Wild Sweet Love, le Söderberg si concedono un’elettronica raffinata che ricorda vagamente Florence & the Machine, la usano come sovrastruttura per arricchire le ballate folk che sembrano riuscire a produrre in serie, senza sforzo. Hem of Her Dress è il racconto di una partenza drammatica, su un giro da Neutral Milk Hotel le loro voci che si accarezzano, tremano e si graffiano, prima di fondersi nel coro finale. Il brano finale, Nothing Has to Be True, è un altro brano irresistibile, in cui synth e feedback raccontano l’esplorazione di nuovi panorami sonori. Un disco che conferma le potenzialità di Klara e Johanna, nel pieno dei vent’anni, e che consolida la loro presenza sulla scena ereditata da Fleet Foxes e Okkervil River.

Mattia Sofo

Qui quando le abbiamo viste al Teatro Dal Verme di Milano, a maggio di cinque anni fa… Come vola il tempo…