Milano, 31 ottobre 2018

Diciamoci la verità, le premesse non erano delle migliori. A ricoprire questo live milanese di una lieve coltre di pessimismo non c’erano soltanto i prodromi orrorifici della notte di Halloween. I Girls Names, infatti, si sono presentati al Circolo Ohibò per quello che a ragion veduta può essere considerato il tour più complicato della loro carriera. Una vera e propria scommessa che, ammettiamolo subito, hanno vinto alla grandissima.

Perché, dunque, tutto questo scetticismo? Innanzitutto perché da un paio d’anni la band nord-irlandese è orfana del batterista Gib Cassidy, elemento cardine del quartetto e musicista sopraffino. In secondo luogo perché i Girls Names sono reduci da un lungo periodo di riflessione sul futuro del gruppo e dalla pubblicazione di un album (“Stains on Silence”) decisamente meno accessibile dei precedenti. Insomma, visti questi presupposti, almeno per chi scrive, alla prova del live i Girls Names avrebbero anche potuto sprofondare in un grosso buco nell’acqua.

Ma quando si parla di un gruppo di questa caratura, il condizionale è sempre d’obbligo. E come abbiamo già anticipato, Cathal Cully e soci si sono esibiti in un concerto perfetto, senza fronzoli, che ha saputo interpretare al meglio la loro nuova svolta autoriale. Una versione aggiornata del post-punk più tradizionale, appesantita, nel senso buono del termine, dal mantello nero della dark-wave e dalle scariche abrasive dello shoegaze.

Bene. Il chitarrista Philip Quinn e la bassista Claire Miskimmin sono saliti sul palco con tanto di sangue finto sparso a fiotti sul volto (era Halloween anche per loro, in fondo). Cipria in abbondanza e lacrime rosse dipinte sulle guance anche per la nuova batterista, che nonostante la pesante assenza di Cassidy si è rivelata una buona comprimaria. Cully, invece, sempre libero da qualsivoglia maschera, è apparso come al solito per quello che è realmente: un fiero new-waver in camicia e stivaletti.

Fin dalle prime battute è sembrato evidente che il gruppo, in questa sua nuova veste, prediliga un ritmo più pacato rispetto agli esordi. Ma anche se il piedino dello spettatore stenta spesso a partire, l’effetto straniante di una lunga discesa negli abissi della coscienza resta il medesimo. Lo sbilanciamento dell’asticella verso i territori più impervi e gotici già esplorati dai Bauhaus è nettissimo nei nuovi brani (Karoline25), anche e soprattutto dal vivo.

La voce di Cully, fastidiosa (per scelta) in alcuni passaggi, si svacca a meraviglia sui tappeti sintetici stesi dalle tastiere aggiunte per l’occasione. Quinn, immobile sul lato sinistro del palco, ricama ogni singolo brano a colpi di chitarra neanche troppo delicati. Ma a farla da padrone, come sempre, è il basso della Miskimmin. I suoi giri sono essenziali e ammalianti: una cavalcata tra i sentieri tracciati dai più noti precursori (dai Cure ai Joy Division), che potrebbe durare per l’eternità.  

Certo, negare che i pezzi tratti da “Arms Around a Vision” (2015) e “The New Life” (2013) abbiano un piglio più diretto, a innesco quasi immediato, sarebbe da bugiardi biforcuti. Quando sul finale la chitarra di Cully intona il riff di Reticence o l’introduzione battagliera di The Hypnotic Regression, è difficile resistere a quel misto di angoscia e carica emotiva che senti salire fino in gola. È altrettanto innegabile, però, che gli attuali Girls Names siano una band diversa, più completa e più libera di sperimentare. In sintesi, una band migliore di quella che avevamo già apprezzato in passato e degna di un palco che quest’anno continua a regalare soddisfazioni.

Paolo Ferrari