Goodnight Rhonda Lee è il titolo del quarto album di Nicole Atkins, il primo per l’etichetta di John Paul White, la Single Lock Records.

Si tratta a tutti gli effetti di una rinascita per la cantante statunitense, che si è trasferita a Nashville in Tennessee, lasciandosi alle spalle i problemi con l’alcol e la diagnosi di cancro a un familiare.
Rinascita che si avverte con estrema intensità negli undici brani del disco, in cui la Atkins canta il proprio dolore, la parte peggiore di sé e del proprio alter ego, Rhonda Lee, e riesce a dominarla, addomesticandola come una diva degli anni ’60 (in particolare nella title track, come avrebbe fatto Roy Orbison.

Il primo brano, A little crazy, è stato scritto insieme all’amico Chris Isaak che l’ha spronata a ricercare le proprie origini musicali. La registrazione è avvenuta in Texas, ai Niles City Sound, dove si erano occupati del debutto di Leon Bridges, Coming Home, che ha fortemente influenzato la Atkins.

C’è un po’ di tutto negli arrangiamenti, vintage soul, jazz, blues, ma la grande forza rimane la voce, avvolgente, precisa, mai fuori posto. Il piano, gli archi e i fiati si mescolano alle chitarre e travolgono l’ascoltatore catapultandolo in un viaggio che ha il sapore e il fascino delle notti di Nashville.

Ogni brano è carico di emozioni, di quel potere che ha la musica di trasformare le sofferenze e di farle brillare. Dalla lenta e tiepida Colors, all’eleganza e allo stile di I love living here (even when I don’t), che è probabilmente il momento più intenso del disco. A night of serious drinking, scritta insieme a James Sclavous dei Nick Cave and the Bad Seeds, è lo specchio più intimo della Atkins, e suona come un vecchio pezzo di Peggy Lee. Chiude “A dream without pain”, con il piano che accompagna la chitarra distorta e malinconica.

È un album raro, senza tempo, prezioso, che vi coinvolgerà completamente, fino alla fine.

Mattia Sofo

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