PROLOGO. Durante l’intero concerto di A Hawk and a Hacksaw, presentato il 12 maggio all’interno del cartellone di Unplugged in Monti a Roma, sono stata assillata da alcune perniciose domande a cui cercherò di dare risposta in questo report. Ad esempio: per quale motivo la serie di concerti si chiama Unplugged in Monti se la location è una chiesa valdese a Piazza Venezia? Oppure, che diavolo di strumento suonava Jeremy Barnes durante i primi tre pezzi del live? Ma soprattutto, il già batterista dei Neutral Milk Hotel che ho visto esibirsi sul palco/altare della chiesa e il proprietario del bar sulla Statale della Pusteria dove mi fermo sempre durante le mie ferie d’agosto in Alto Adige, sono la stessa persona? Andiamo con ordine.

Reminiscenze dei Nirvana

Ve lo ricordate quel cardigan sformato e dal colore indefinibile indossato da Kurt Cobain durante una lontana serata di ormai 25 anni fa dentro i Sony Studio di New York? No? Beh, allora non avete diritto di esistere. Se però volete karmikamente rimediare, potete frequentare le serate a cura della redazione dei colleghi di IndieforBunnies che, a loro stesso dire, hanno la romantica ambizione di riportare sui palchi della capitale romana quella magica atmosfera da private show amata da tutti coloro che «preferiscono la rassicurazione del salotto al panico dei grandi eventi» (cit.).

La gran parte dei live si svolge al BlackMarket, nel rione più antico di Roma, ed ecco svelato il primo arcano riguardante la discrepanza tra il nome della serata e la location scelta per il concerto. Location peraltro quanto mai azzeccata, che mi ha permesso di apprezzare tutte le sfumature dell’esibizione in acustico del duo folk proveniente dal New Mexico, si può ben dire in religioso silenzio. Oltre all’affascinante scenografia e all’acustica fortunatamente lontana dai rimbombi da navata vetero-cattolica, mi sono fatta una discreta cultura in fatto di Salmi grazie al cartellone che ne riportava numero e pagina e che troneggiava accanto al presbiterio.

Il Persian Santur

Dopo un buon quarto d’ora di ricerche su Google sono finalmente riuscita a individuare il nome del già citato strumento a corde che Jeremy Barnes percuoteva con certosina precisione tirando fuori ipnotiche melodie arabeggianti, fatte di echi e risonanze armoniche ricchissime. Comunemente detto Dulcimer, è di origine iraniana, ma diffuso in tutto il Medio Oriente, almeno così dice Wikipedia. Wikipedia dice anche che la possibilità di suonare contemporaneamente più corde, ce ne sono da 72 a 100 pare, non lo rende particolarmente adatto ai principianti. Il suo utilizzo per la verità è stato limitato ai primi brani del set, per poi lasciare il posto a una fisarmonica (questa la sapevo!) e a una grancassa (anche!), sempre accompagnate dal suono del violino imbracciato dalla compagna Heather Trost.

Il risultato è stato un filologico viaggio musicale, che dalle sponde del Mar Caspio ha traghettato la platea direttamente sull’aia di una cascina magiara con tanto di galline starnazzanti, passando per un falò ravvivato da colpi di Kalashnikov sulle colline balcaniche. Testimonianza ancora una volta di quanto la musica sia un mezzo potentissimo per unire culture, nazioni e tradizioni e allargare il ristretto campo mentale che ci vuole appartenenti a un’unica bandiera, ascoltatori di un solo genere, devoti a un culto monoteista.

Il Südtiroler Volkspartei

Arriviamo però al vero nocciolo della questione, ovvero alla straordinaria somiglianza tra il frontman del duo e il mio barista altoatesino. La sua fisionomia e il look composto da camicia a scacchi e baffo d’ordinanza, crea una curiosa discrasia con il fatto che in realtà è un concittadino di Walter White, direttamente da Albuquerque. La confusione è stata ulteriormente amplificata dal fatto di vederlo destreggiarsi con strumenti musicali iraniani, parlando un vocabolario misto di inglese e italiano, tra cui è spiccata la parola “sporcaccione” riferita al suo gatto, a cui è stata dedicata una canzone. E di qui un’ennesima perniciosa domanda, ovvero chissà come se la passa il vecchio micio mentre i due sono in tour. Per tornare invece al dilemma sull’identità di Jeremy Barnes, alla mia prossima sosta alla Konditorei Pupp proverò a chiedere un caffè turco e vedrò come reagisce il ristoratore. Se mi risponde con un motto del Südtiroler Volkspartei avrò ottenuto la mia risposta.

Arrivati in fondo a questo report, se siete davvero intelligenti forse vi sarete accorti che ho tralasciato di interrogarmi sul perché una band abbia deciso di chiamarsi “Un falco e un seghetto” (traduzione letterale). Forse mi potete rispondere voi, o forse ve lo svelerò nel prossimo report quando avrò modo di apprezzare di nuovo dal vivo la band. Quello che è certo è che il live ha arricchito una tranquilla serata romana di metà maggio con un tocco esotico che raramente si ha il piacere di apprezzare all’interno della proposta musicale che riempie la programmazione delle serate della nostra penisola, troppo spesso limitata al canone indie-mainstream che va per la maggiore.

Quindi lunga vita ad Unplugged in Monti e più strudel per tutti!

La Vedova Tizzini