Ah, non c’è niente di meglio di una bibita ghiacciata dopo una corsa al parco. Madonna, ho lavorato tutto il giorno, mi merito un bel bagno rilassante. Stasera resto sul divano, con la bottiglia dell’acqua a fianco e il telefono stretto.

Tutte cazzate. Tutte, gigantesche, cazzate. La vita non è fatta per fermarsi. La vita è una lotta contro il tempo e contro le ingiustizie. Contro la vergogna e soprattutto contro la paura. Combattere, stringere i denti e ripartire. Ecco cosa bisogna fare.

Tenere i nervi saldi, però, non è un’impresa da poco. A volte te li fanno saltare, i nervi. A volte la rabbia ti logora dentro. Ti strapazza le budella e ti sbatte fuori di casa, in piazza, tra le macerie. Ed è proprio lì, sotto i palazzi del potere, che ti viene da sbraitare contro chi, tutti i santi giorni, ti riempie di parole per metterti paura.

Il secondo album degli Idles, “Joy as an act of resistance” (Partisan Records), sembra incarnare esattamente questo spirito guerriero fin dal titolo. Il desiderio di rivalsa che scaturisce di rimando, quando le storture oltrepassano il limite della decenza, brucia in gola come nell’anima. Questo lavoro, dopo l’ottimo esordio del 2017 (“Brutalism”) e un tour davvero convincente culminato con l’esibizione al Primavera Sound Festival, è una chiamata alle armi “atto secondo” .

Il primo singolo, Danny Nedelko, prende il nome da un amico della band (Danny, figlio di immigrati ucraini, è il leader degli Heavy Lungs). Si tratta forse del brano più orecchiabile mai scritto dal gruppo. Al tempo stesso è la traccia che più di ogni altra esprime il rigurgito insurrezionale di cui sopra. È un inno antirazzista, una celebrazione delle differenze, che esplode in un ritornello Oi! da manuale del punk rock. Pura poesia di strada, ispirata nientemeno che a una celebre battuta del vecchio Yoda. Sì, quello di Guerre Stellari:

Fear leads to panic, panic leads to pain,
pain leads to anger, anger leads to hate

Sia chiaro, però. La musica degli Idles è tutt’altro che “tradizionale” e datata. Al contrario, la band di Bristol (già patria del trip-hop) può essere a ben ragione considerata come capostipite di un nuovo modo di intendere il punk. Parliamo di punk inglese, naturalmente, quello che affonda le proprie radici nella working class londinese di fine ’70, nei testi urlati in perfetto accento cockney, nella fusione tra punksters e rude boys. Una mole di materiale sonoro (e non solo) già recentemente rielaborata dai conterranei Sleaford Mods, ma in chiave hip-hop e minimal.

Nel caso degli Idles, invece, lo street punk di vecchie band come Exploited, Peter and The Test Tube Babes e Anti Nowhere League (gli antenati forse più vicini ai nostri) viene prima mescolato ai ritmi abrasivi dei Fall e poi immerso in un sound del tutto estraneo ai padri fondatori. Quello che, con un po’ di coraggio, si potrebbe definire indie-rock.

Il risultato è straordinario. E il brano d’apertura del disco, Colossus, forse il migliore e più complesso, è lì a dimostrarlo. I rintocchi di batteria alternati alle pennate ossessive di basso in overdrive gettano l’ascoltatore in uno stato d’ansia istantaneo. La voce salmodiante di Joe Talbot, qui come un moderno Nick Cave, non è certo una valeriana. Il finale a sorpresa, che ricorda i Thee Oh Sees più aggressivi, è un anthem liberatorio da cantare a squarciagola.

Quanto alla scrittura, gli Idles non si discostano più di tanto dai modelli. Al nichilismo di strada, aggiungono una buona dose di sarcasmo e inglesissimo disincanto. Gli stessi ingredienti usati dai primi punk per abbattere l’establishment e smascherare le sue menzogne. La potentissima Never fight a man with a perm, ma anche I’m scumTelevision Great (il singolo anti Brexit) rispondono proprio a queste caratteristiche.

Sorvoliamo invece su Cry to me, una cover riuscita soltanto a metà della hit cantata da Solomon Burke e già finita 30 anni fa nella colonna sonora di “Dirty Dancing”. Un discorso a parte, infine, merita il brano June, piazzato non a caso al centro della tracklist e scritto da Talbot per la figlia nata morta. Qui il dramma della perdita assume i toni cupi e decadenti di una marcetta dark, ma si mantiene carica di tensione nella sua tragica rivendicazione di paternità:

A stillborn, but still born
I am a father

Il disco si chiude con Rottweiler, un pezzo che gli Idles eseguono dal vivo da parecchio tempo. L’ultima parola pronunciata da Talbot, in uno sferragliare di chitarre, è “unity”. La urla con disperazione, con tutto il fiato che gli resta in gola. Sarà una coincidenza, ma suona come un avvertimento. Un tentativo di rispolverare un vecchio monito che chi è avvezzo al punk ha già imparato a gridare tanti anni fa con gli Sham 69 di If the kids are united e gli Operation Ivy di Unity, appunto. Insomma, in un decennio in cui la musica sembra svuotata della sua carica politica e sociale, ben venga una band di questo calibro che chiama tutti a raccolta.

Paolo Ferrari