Questa introduzione potrebbe far storcere il naso a qualcuno, taccia infatti la band di scarsa originalità. In verità la vuole collocare ad un gradino superiore rispetto alla maggior parte degli artisti esordienti o quasi dell’ultima ondata musicale italiana. Chiudete gli occhi, premete il tasto play del vostro stereo dopo aver inserito questo album e provate a sovrapporre le voci femminili di Chiara e Camilla con quella di Robert Smith.

Fatto? Bene, perché ora vi trovate davanti a quello che con ogni probabilità è il miglior album dei Cure da decenni. Sarà il suono della batteria, il leggero delay della chitarra, la malinconia che permea tutti i brani, la forza pop dei ritornelli, la produzione di uno che Smith e soci li ha portati sul dancefloor peninsulare in tempi non sospetti (Gianmaria Accusani dei Sick Tamburo, già Prozac +). Con precisione non si può dire cosa sia, ma questa è la sensazione.

Attenzione, un album nuovo dei Cure, non una copia di quelli vecchi; si sentono infatti influssi più recenti, dai Le Tigre ai Tune-Yards, così come piacevoli inserti elettronici. Basti la visione dei tre videoclip dei singoli Daughter, A Reason e The Road, per capire la forza del duo milanese. Il primo brano è una nuova A Forest, il secondo ha un ritornello ballabile come solo i Bloc Party d’inizio millennio, il terzo è una pura ballata emozionale.

Manco a dirlo, il resto dell’album non è affatto da meno, quindi prendete ed ascoltatene tutti. In questi giorni grigi e freddi qualcuno potrebbe trovare una vera consolazione.

Andrea Manenti