La loro biografia dice che vengono da Torino. Il buon senso dice che vengono dallo spazio. A un ascolto più attento, verrebbe da dire che vengono da un folle e velocissimo giro intorno al pianeta Terra. Di sicuro c’è che gli Indianizer esistono da cinque anni, hanno esordito da tre con l’ottimo “Neon Hawaii” e tornano attivi discograficamente con “Zenith”, il gioiellino di cui stiamo parlando.

La loro presentazione la lascio direttamente all’introduzione di Dawn, canzone dai forti sapori psichedelici, come se i Flaming Lips dipingessero un acquerello fondandosi per una volta soprattutto sulla ritmica, qui assoluta protagonista. Hypnosis è un samba tossico di una metropoli latina; con Get Up il ritmo rallenta, si fa marziale, e possiamo immaginare i Calexico alle prese con l’immortale We Will Fall degli Stooges.

Santana sembra scoprire la trance music nell’ossessiva Mazel Tov II, dalla struttura elettronica. In Hermanos il quartetto lascia momentaneamente stare gli acidi in favore di una dieta anfetamenica. Il risultato è esaltante e suona come un mix fra gli Hawkwind e i Mano Negra più piacevolmente schizzati. Il Mexican Institute of Sound si fa a tratti ansiolitico e incontra la follia dei King Gizzard & The Lizard Wizard nella successiva Bunjee. Un mood più positivo fa invece di Bidonville una danza quasi caraibica. La conclusione è affidata a Dusk, un jazz notturno e morfinomane che chiude questo album folle e coraggioso.

Andrea Manenti