A cura di Paolo Ferrari
Foto: Giulia Bartolini

In un mondo ancora fortemente “maschio” come quello del rap, non sono tante le donne che riescono a emergere. Ancora meno se vengono da un paese come l’Austria, penalizzato dalla lingua e da un contesto socio-culturale che (solo apparentemente) fa a pugni con l’immaginario tipico del genere. La ventitreenne Marlene Nader, in arte Mavi Phoenix, rappresenta un’eccezione. E non soltanto per la sua presenza nella Spotify Global Viral Top Chart, ma anche e soprattutto per la qualità della sua musica. Inquadrarla come rapper, tuttavia, è alquanto riduttivo. Il suo è un pop metropolitano, certamente figlio dell’hip hop, ma che sfugge a qualunque tentativo di categorizzazione. Sarà forse merito della sua precoce passione per i suoni sintetici (ha iniziato a fare musica con il suo primo Macbook all’età di 11 anni), o forse del suo amore per un mito come David Bowie o un classico moderno come i Queens of the Stone Age. Sta di fatto che i suoi primi due Ep, “My Fault” (autoprodotto nel 2014 con la consulenza di Simon Herzog) e l’ultimo “Young Prophet” (che segna il sodalizio con il concittadino di Linz Alex The Flipper), suonano benissimo anche alle orecchie di chi non mastica rap dal mattino alla sera.

Il super-singolo Aventura è stato scelto come colonna sonora dello spot internazionale di Desigual e ha portato Mavi Phoenix a calcare il palco del Pitchfork Avant Garde di Parigi, tanto per citarne uno. Il prossimo giugno l’artista austriaca passerà anche in Italia, al Circolo Magnolia di Milano, per prendere parte al Radar Festival 2018 (qui il programma con gli artisti già annunciati). In preparazione a questa data, l’abbiamo incontrata, intervistata e fotografata in esclusiva proprio nel capoluogo lombardo. Buona lettura.

Ciao Mavi! Per rompere il ghiaccio iniziamo con una provocazione: sei già una piccola star o ci devi ancora arrivare?

No, per diventare una star devo ancora lavorarci (ride). Però credo che stia andando bene, ho preso la direzione giusta, le sensazioni sono buone. So che devo lavorare ancora tanto, ma va bene così.

E come la mettiamo con il tuo approccio DIY? Il successo radiofonico di solito non va a braccetto con la totale indipendenza produttiva…

L’approccio “do it yourself” mi viene semplicemente spontaneo. Come tanti altri, faccio musica con un producer. Vengo da una piccola città dell’Austria e questo è il modo in cui dobbiamo lavorare dalle nostre parti. Non abbiamo grandi studi di registrazione, quindi è naturale. È vero, la mia musica gira anche in radio, ma non così tanto… Questo è un problema che accomuna tutti gli artisti indipendenti: le radio hanno paura di passare la nostra musica, perchè sono suoni nuovi, diversi dalle grandi produzioni. Ciò nonostante le persone sembrano amare questo tipo di musica, gli ascolti su internet e sulle piattaforme streaming lo dimostrano. Credo sia solo una questione di tempo, prima o poi le radio lo capiranno.

Mavi, tu sei austriaca, ma hai origini siriane. Come convivono queste due anime nella tua musica?

Sì, mio nonno è siriano, ma non l’ho mai incontrato. È una storia strana, me lo chiedono in tanti, ma io in realtà non ho niente a che vedere con la Siria. Non ci sono mai stata, non so nulla. Quindi non posso dire che quella è la mia cultura, perchè non la conosco. Nonostante questo credo che la mia musica abbia comunque due anime, forse anche più di due, grazie alla diffusione di internet e alla globalizzazione. Quando ho iniziato a suonare, avevo già internet. Ho iniziato a fare musica con il computer, quindi ho avuto accesso a tanti suoni diversi e ho potuto ascoltare tante cose. Forse è per questo che il mio sound mescola tante culture diverse.

Infatti, è molto difficile inquadrarti in un solo genere. Ti definirei genericamente pop, ma le influenze sono tantissime. Quali sono le principali?

Sì, è difficile. Si potrebbe dire che è musica pop, anche se io con pop intendo qualcosa di diverso da quello che si intende di solito. Per me il pop ha un significato molto più ampio, è sempre mescolato all’hip hop, al rock, all’indie. All’improvviso da tutto da questo nasce una canzone pop. Credo che neppure le persone sappiano veramente cosa sia, il pop. Insomma, per darti una definizione più precisa, credo che nel mio caso sia urban-pop, con un po’ di r’n’b’.

E cosa pensi della trap?

Quando ho sentito per la prima volta la trap, mi è piaciuta molto. Era la trap americana, quella nata ad Atlanta. Quella era buona trap! Credo che ora ci sia un po’ troppo entusiasmo intorno a questo fenomeno. Ora in ogni paese ci sono musicisti trap, che fanno trap in lingue diverse. Praticamente fanno un copia-incolla di quella americana. In molti salgono sul carro dei vincitori e fanno canzoni trap tutte uguali. Insomma, a me piace la trap fatta bene, non tutto questo copia-incolla. Credo che sia importante metterci sempre del tuo, essere originali. Anche io ho scritto tante canzoni trap, ma non le ho mai pubblicate perchè dopo averle ultimate e riascoltate mi sembrava sempre che esistessero già.

Dal vivo suoni da sola con un deejay. Hai mai pensato di salire sul palco con una band chitarra-basso-batteria?

Sì, certo. La prossima settimana avrò le mie prime prove con un bassista e un batterista! Questa estate suoneremo in molti festival, dal The Great Escape di Brighton al Primavera Sound di Barcellona, e sarebbe bello suonarci con basso e batteria. Sarebbe una bella esperienza.

Il 9 giugno suonerai a Milano per Radar Festival. Cosa ci dobbiamo aspettare dal tuo show?

Forse porterò anche qui la band! Vedremo… In generale i miei show vengono spesso definiti molto energici, tutti sono molto impressionati dal fatto che io salga sul palco da sola con un deejay. Io cerco sempre di entrare in connessione con il pubblico e di suonare le mie canzoni, divertirmi e far divertire.

Sul tuo profilo instagram giochi molto con lo stile. Sei tu stessa a curare la tua immagine?

Sì, sì, sono io. Scelgo io il mio stile, gestisco il profilo da sola. In realtà non credo di avere uno stile sempre perfetto (ride). Metto solo cose che mi piacciono. A volte mi definiscono una “fashion girl”, ad esempio in Germania, e io rispondo: “Oh mio dio, no!”. Insomma, non sono una fashion addicted. Mi piace la moda, ma come strumento per mostrare alle persone come sono, quali sono le mie idee. Instagram è carino, ma non è tutto!

Hai mai ascoltato la musica italiana? C’è qualcuno che ti piace?

Quando sono arrivata a Milano, avevo la radio accesa. Ho sentito Ghali, ma non so molto della sua musica. Per me è molto importante capire i testi, quindi ascolto per lo più canzoni in inglese e qualche volte in tedesco. Non ascolto molto la musica che non capisco.

E in Austria? A me viene in mente soltanto il caro vecchio Falco…

Sì, lui è l’unico austriaco che ce l’ha fatta, che ha avuto successo anche in America.

Quindi tu sei la seconda dopo di lui!

No, non ancora, non ancora (ride). Falco è stato una figura davvero importante nella cultura pop austriaca, era una star. Anche se quando arrivò al numero uno in America iniziò ad avere dei problemi (Mavi si riferisce probabilmente ai trascorsi di Falco tra droga e alcol, ndr.). Passò dei brutti momenti.

Qualcuno ha scritto che Mavi Phoenix ha inserito finalmente l’Austria nella carta geaografica…

Davvero? Che bello!

Diciamo che a voi è andata meglio, per l’Italia mettono Laura Pausini…