Sonorità scure e calde, un sound intenso e vibrante, un’elettronica emozionale, elaborata e avvolgente. Una dimensione sonora a metà strada tra il soul di James Blake e l’r’n’b di The Weeknd, tra la pomposità di un’opera classica e il minimalismo di Jamie XX. Tutto questo è “Neon Desert”, il nuovo disco di Rhò, musicista dalle mille sfaccettature, che ha iniziato a nutrire il suo interesse per l’elettronica mettendo da parte la natura folk dei suoi esordi.

Rhò, al secolo Rocco Centrella, nasce nel 1982 e vive a Roma dove, oltre a produrre musica, si occupa di televisione e cinema. Nel 2013 è uscito il suo primo album, “KYRIE ELEISON”, completamente prodotto in una camera da letto. Nel 2014 ha pubblicato l’Ep “Nebula”, con cui ha iniziato un lungo tour. Rhò si dedica anche ai lavori di consulenza musicale per il cinema, tra cui spicca l’episodio speciale della serie di Sky e HBO “The Young Pope”, diretta da Paolo Sorrentino. Lo abbiamo intervistato per sapere qualcosa di più.

A cura di Giulia Lansarotti

Ciao Rhò! Ascoltando il tuo nuovo disco, “Neon Desert”, uscito lo scorso febbraio, sono rimasta positivamente sorpresa per numerosi aspetti. Primo su tutti per le sonorità elettroniche elaborate ed avvolgenti in “contrasto” con la tua voce, che emerge in tutta la sua purezza senza particolari rielaborazioni. In un periodo come questo, dove l’autotune e/o la voce un po’ “robotica/finta” vigono supremi in ormai tutti i generi, come mai hai preso la decisione di andare controcorrente?

La decisione di cui parli è il risultato di un percorso che ho fatto negli ultimi anni. Si tratta di un lavoro fatto sulla voce che mi ha portato a considerarla a tutti gli effetti come uno strumento dotato di timbriche, colori, pregi e difetti. Tutti elementi che, dal mio punto di vista, meritano di essere presenti in una interpretazione, al fine di rendere più personale e onesto ciò che si produce, senza ricorrere ad escamotage che livellano le diversità.

Un’immagine dal video di “Cross”

Nel tuo ultimo video, Cross (lo potete vedere qui), dove alla fine vengono presentati anche dei brevi estratti dell’intero disco, colpisce da subito lo scenario quasi apocalittico, ma ancora di più la figura della donna che danza. Lei, oltre a rappresentare l’evoluzione della specie umana in un ambiente ostile, che culmina nell’arrivo a una nuova dimensione sia fisica che mentale, rappresenta concettualmente anche un po’ te stesso e la tua evoluzione musicale. Almeno, io l’ho interpretata anche così. Spiegaci un po’…

In realtà ci hai visto molto chiaro e credo che la tua interpretazione sia addirittura più idonea della spiegazione che ne darei io. Chapeau! Il personaggio del video, interpretato dalla coreografa Silvia Marti, racconta la capacità di elevarsi a qualcosa di nuovo, nonostante le mille difficoltà date dalla sua solitudine e gli apparenti difetti espressivi che raccontano un’esistenza composta da regole e forme nuove. “Neon Desert” nasce come questi movimenti, discontinui ma armoniosi, in uno spazio silenzioso dove è facile riconnettersi con qualcosa di intimo.

Se dovessi scegliere un solo brano del tuo nuovo album, quale sceglieresti e perché?

Sceglierei Whatever, perché è quello che nella sua semplicità racconta la mia trasformazione in maniera più lampante e intensa.

Ti considero un’artista molto interessante e dalle innumerevoli sfaccettature. Il tuo precedente EP “Nebula” rientra nelle sonorità folk, qui incontriamo un Rhò totalmente differente, che si accosta al mondo della musica da club, ma in una maniera inusuale. In più brani spicca l’accostamento di intriganti synth al flauto traverso, per esempio, assieme alla tua voce costantemente pulita e naturale.

Spesso capita che gli artisti sperimentino stili totalmente diversi da un album all’altro. Pablo Picasso diceva: «Rimasi sorpreso dell’uso e dell’abuso che si fa della parola evoluzione. Io non mi evolvo, sono. In arte non c’è né passato né futuro. L’arte che non è nel presente non sarà mai».

Tu cosa pensi del concetto di crescita in un artista?

Sono sempre più convinto che in questo momento la crescita di un artista sia determinata dalla sua capacità comunicativa. Questa cosa potrebbe essere letta come un difetto, in quanto si tende troppo spesso a confondere i cosiddetti “creativi” con gli artisti, ma qualche volta non lo è affatto. Soprattutto nella misura in cui l’attività di comunicazione permette, poi, ai tuoi interlocutori di appellarti con il titolo di “artista”. Io nella vita, oltre che di musica, mi occupo da anni di comunicazione per dei brand tv internazionali e di musica per immagini. La mia posizione riguardo l’appellativo “artista” mi vede un po’ in imbarazzo. Riconosco una determinata levatura in chi ha una natura puramente artistica, cosa che non credo faccia parte del mio mondo in maniera così esclusiva. Io preferisco identificarmi in un profilo creativo che ha bisogno di muoversi in diversi ambiti per poi trasportare idee da uno mondo all’altro, per generare la mia personale evoluzione.

Nel brano Whatever spicca il coro intonato da delle suore, che va a creare un’atmosfera di altri tempi e a tratti un po’ lugubre. Questa canzone mi ha portato a pensare a “The Young Pope”, serie tv diretta da Sorrentino, alla quale hai collaborato. Come è stata questa esperienza?

C’è da dire che nella mia produzione c’è stato sempre un rimando alla sacralità e Whatever ripercorre una scelta creativa adottata in precedenza, ma presentandola con un colore decisamente nuovo, meno etereo appunto. Si è trattato di aggiungere del sacro in un tessuto musicale poco spirituale. Processo opposto è avvenuto per il lavoro fatto su “The Young Pope – A tale of Filmaking”. In questo caso la sacralità era un tema dominante e a restituire questo effetto era la quantità di immagini spettacolari girate per la serie. L’occasione è stata unica, proprio perché spettava a me proporre una lettura di alcuni dei momenti più interessanti dell’intera produzione di “The Young Pope” con delle scelte musicali atte a raccontare la devozione, la ritualità, le coreografie ecclesiastiche in un modo diverso, senza ironia ma esplorando quel punto di continuo contatto tra una storia e il suo “making of”.

Passiamo a dare qualche spiegazione al contenuto delle parole più che della musica. Cosa significano il tuo nome d’arte Rhò e il titolo del tuo ultimo album, “Neon Desert”?

Rhò è la short version del mio nome di battesimo, Rocco, corredata da una trasparentissima “H” che crea una simmetria. “Neon Desert”, invece, riassume un’immagine notturna, in cui la pulizia delle forme del deserto (nella mia mente c’è quello, bellissimo, della Death Valley) incontra l’essenzialità della luce al neon (e per par condicio userò come reference gli hangar del Sonar Night). In questo spazio credo sia possibile immaginare qualsiasi cosa e ribaltare una prospettiva che vuole intendere il deserto unicamente come uno spazio torrido. Per me questo deserto si riempie di suoni freddi, ma la ricerca che ne deriva è molto intima.

Cosa dobbiamo aspettarci dai tuoi live? Ci porterai in un’altra dimensione?

Il tuor di presentazione di “Neon Desert” si è aperto al Monk di Roma, con Manifesto. In questa e nelle date succesive ho avuto modo di presentare un live alimentato da un immaginario visivo prodotto ogni volta da un artista diverso. La prossima data sarà il 2 Giugno all’Auditorium Parco della Musica, sempre a Roma, ma il grosso dell’attività live partirà dopo l’autunno.

C’è la volontà di esibirsi anche all’estero e di farsi conoscere da un pubblico più internazionale?

Assolutamente sì, ma prima verrò a farvi visita a Milano!

Beh, in bocca al lupo per tutto, ti aspettiamo!