Abbiamo incontrato Sam Beam, più noto con il suo nome d’arte Iron & Wine, in occasione della sua data milanese all’Alcatraz (qui il nostro live report del concerto). Il cantautore statunitense sta portando in giro per il mondo il suo ultimo bellissimo disco, “Beast Epic”. Ci abbiamo fatto una lunga e interessante chicchierata. Buona lettura!

 

A cura di Alessandro Franchi

 

Ciao Sam! Piacere di conoscerti. Hai avuto tempo per visitare la città? Quante volte sei stato in Italia?

Mhh… In Italia, per lavoro, credo 5 o 6 volte. Forse sette. Però sono venuto qua in vacanza in diverse occasioni. Penso che a Milano sia la terza volta che vengo in 15 anni di carriera. Oggi, comunque, non sono uscito. Ho giusto camminato un po’ in giro ieri. Ad un certo punto del tour sono davvero stanco. Siamo in giro da circa un mese e ogni tanto è meglio dormire un po’.

Parlando del tuo nuovo album… Cosa significa il titolo “Beast Epic”? Sul tuo sito c’è scirtto che è un “lungo componimento in versi di carattere allegorico nel quale i protagonisti sono animali con sentimenti e comportamenti umani”. Le canzoni che lo compongono hanno, dunque, un significato allegorico?

Pensavo che l’idea “animali che si comportano come persone” fosse un modo divertente per descrivere le nostre vite, noi stessi e tutte le nostre storie. È uno strumento poetico e narrativo che si utilizza spesso. In Italia avete “La tartaruga e la lepre” , “Riccioli d’oro e i tre orsi” o “I tre porcellini”, giusto? Ecco, quella è “Beast Epic”. Perfino “La Fattoria degli Animali” di George Orwell lo è, visto che nel romanzo gli animali si comportano come persone. Pensavo fosse un modo divertente per descrivere le nostre storie e nell’album ci sono brani di quel tipo, che in un certo senso indagano l’aspetto introspettivo del genere umano. Mi sembrava anche che, come titolo, suonasse potente ma allo stesso tempo potesse far pensare a qualcuno che ha fatto delle brutte cose e che quindi potesse avere un significato diverso a seconda di come lo si preferisca leggere.

C’è un’altra frase che mi ha colpito. Nel comunicato stampa c’è scritto che l’album parla de “la bellezza e la sofferenza che si provano nel crescere quando si è ormai già cresciuti”. Cosa intendevi dire con questa frase, puoi spiegarmela un po’ meglio?

Sì, intendevo dire che ho quarant’anni (ride). No, questo non vuole essere il disco della crisi di mezza età, quel momento in cui di solito le persone vanno a comprarsi un’auto sportiva. L’album si concentra sul fatto di aver vissuto una parte della propria vita, di aver commesso errori o di aver fatto delle cose positive e di aver visto come si sviluppano nell’arco della propria esistenza. Tratta di come, quando si è giovani, si pensi di raggiungere, in un futuro, un determinato stato di comprensione delle cose che ci permetterà di vivere meglio. Questo perché si pensa che a quel punto avremo imparato tutte le lezioni necessarie, ma poi ci si rende conto che bisogna sempre continuare ad assimilarle e che significano sempre qualcosa di diverso. Sono sicuro che tra vent’anni continuerò ad imparare nuove cose dalle stesse lezioni. In definitiva il disco parla di periodi positivi e di periodi negativi, ecco di cosa parla.

La copertina di “Beast Epic”

La figura raffigurata in copertina è ricamata? Come ti è venuta in mente questa idea?

Mi piace quell’arte e ho sempre voluto fare una copertina ricamata. Avevo in mente quest’idea e così ho trovato una ragazza che fa ricami artistici, si chiama Sara Barnes. La cosa interessante è che i suoi ricami sono molto piccoli e quando li vai a fotografare i fili risultano molto spessi e robusti. Poi credo che questo disco, a suo modo, non tenti di nascondere le sue imperfezioni, le sue qualità umane. Non è musica digitale e quindi volevo una copertina fatta a mano.

Che cosa ascoltavi nel periodo in cui hai scritto il disco? Quali sono le influenze di “Beast Epic”?

Beh, non ascolto molta musica quando scrivo. Il silenzio per me è diventato un bene di lusso, visto che suono molto spesso. Però, se vuoi sapere cosa cercavo di comunicare con questo album, beh, c’è stato un momento, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, dove c’erano in giro un sacco di musicisti jazz o con un educazione classica, come ad esempio Nina Simone o Van Morrison. Per interpretare i loro brani e e le loro semplici melodie folk sceglievano, non solo musicisti blues e rock and roll, ma anche persone che avevano affrontato un percorso classico. Questo donava ai pezzi nuova vita e un’espressività melodica che la maggior parte delle band folk non hanno. Era quello che volevo fare, non sapevo dove mi avrebbe portato, ma volevo circondarmi di questo tipo di musicisti.

So che, prima che tu diventassi un musicista affermato, eri un professore di cinematografia all’università di Miami. Così sono andato a controllare su YouTube e ho visto che sei il direttore creativo di entrambi i video dei tuoi due nuovi singoli. Ci puoi raccontare di cosa parlano? Quanto pensi che i video musicali siano importanti? Quanto possono dare in più ad una canzone?

Sicuramente possono dare molto, ma non so quanto siano importanti (ride). È strano, ci sono meno soldi a disposizione per i video, adesso. Ce ne sono a disposizione quanto per la musica, ma c’è sempre più richiesta per i contenuti visivi, ora più che mai. Comunque dipende sempre dalla tematica che vuoi sviluppare a partire dal materiale originale. Ad esempio, l’idea per il video di Call It a Dream era quella di lasciarsi andare a quello che ha da offrirti la vita e quindi ho pensato di raffigurare un camion senza guidatore, che non sai dove ti condurrà. Una metafora per comunicare che non si deve aver paura. L’altro è il video di un brano che si chiama Thomas County Law, che parla di qualcuno che accetta e che allo stesso tempo rifiuta le proprie origini. Tu, ad esempio, mi hai detto di essere toscano. Magari pensi che sia un posto terribile per alcuni aspetti , ma allo stesso tempo riconosci di esserne innamorato per altri. Ecco, il brano parla di questo. E così abbiamo trovato un fienile nello stato di Washington, dove spesso vengono organizzati dei concerti di musica classica, che sembra una chiesa, però senza croci o nessun altro oggetto simbolico ad essa legato. Ho pensato che fosse divertente essere un prete che tiene un elogio funebre proprio in quel posto, che fosse una simpatica metafora per qualcuno che accetta e rifiuta se stesso.

 

 

Qual’è il tuo regista preferito? E, visto che molti dei tuoi pezzi sono stati scelti per apparire in vari film e serie tv, c’è un regista per il quale ti piacerebbe scrivere un’intera colonna sonora?

Mi piacerebbe scriverla per un mio film (ride)! Per quanto riguarda il regista preferito… Dai, è una domanda troppo difficile. Non so, direi che mi piacciono quelli che osano di più. Però amo il cinema in tutte le sue forme. È un po’ come per la musica: la pop e la classica sono diversissime tra loro ma allo stesso modo ugualmente affascinanti, hanno solo campi di azione differenti. I registi italiani, comunque, sono fantastici. Probabilmente Fellini è uno dei miei preferiti in assoluto e “La Strada” è forse il mio film preferito di sempre.

Quest’album ha segnato il tuo ritorno alla “Sub Pop”, la tua vecchia etichetta. So, però, che hai creato tu stesso un’etichetta, la “Black Cricket Recording Co.”. Parlamene un po’.

Certo. Prima di iniziare a pubblicare dischi registravo un sacco di pezzi a casa. Lo facevo per divertimento, non per lavoro. Quindi, quando ho pubblicato il primo disco, avevo alle spalle anni di materiale. Ho iniziato a ricevere richieste per questi brani e quindi ho dato vita all’etichetta per poter far uscire tutto questo materiale senza interferire con il mio percorso attuale di musicista, ad esempio con “Beast Epic”, e riuscire a tenere separate le due cose. Si è dimostrato un buon modo per pubblicare tutte quelle cose che tenevo chiuse in un cassetto, ma anche b-side, strane cover o concerti live, come una sorta di gigante calderone dove poter buttare tutto dentro. E’ molto divertente.

Ok, il nostro tempo sta per terminare. Ultima domanda: progetti per il futuro, Il tuo prossimo album sarà targato Iron & Wine, sarà una collaborazione oppure un nuovo volume dei tuoi archivi?

Mmm, non lo so ancora con certezza. Abbiamo già pronto un nuovo volume della serie degli archivi, ma vorrei aspettare un attimo a pubblicarlo per potergli dare un po’ di respiro. Ho parlato con i Calexico e penso che, a breve, andremo a registrare qualche pezzo assieme. Ho già pubblicato un disco con loro, diversi anni fa, e siamo venuti anche insieme a suonare a Milano, penso fosse la prima volta che suonavo qua… Questo è ciò che vedo all’orizzonte, diverse cose stanno bollendo in pentola (ride).