Sono in 18. Li abbiamo visti riempire e strabordare dai palchi del Biko e del Santeria Social Club a Milano. «Siamo i Deaf Kaki Chumpy, la nostra musica racconta delle storie, e il nostro piatto preferito sono i fioroni». Il loro nuovo EP si intitola “Stories” ed è stato anticipato da una personalissima cover di Ed Sheeran approvata dall’artista stesso. Abbiamo fatto due chiacchiere con Alberto Mancini, pianista e compositore del gruppo.

Come si riesce a mettere insieme 18 elementi per formare un ensemble come il vostro?

La maggior parte di noi viene dalla Civica di Milano. Studiavamo lì ed è lì che abbiamo mosso i primi passi. L’idea era quella di suonare musica di stampo jazzistico ma con un sound moderno, smettere di suonare la musica del passato e suonare qualcosa che fosse veramente nostro. Lasciare la nostra impronta. Di musicisti con questi desideri ce ne sono a bizzeffe. Serviva solo qualcuno che decidesse di unirli.

E come si riesce a coordinare 18 persone?

Ovviamente ogni passo va organizzato con grande anticipo. Per tutti noi questo è un progetto molto importante, che va al di là del danaro, al di là anche un po’ dell’egoismo personale. È una cosa che facciamo tutti insieme, di cui ognuno è responsabile in piccola parte, e penso che ognuno dia il massimo perché il progetto vada avanti. Altrimenti non faremmo niente. E devo dire che davvero l’unione fa la forza, perché siamo riusciti a fare cose incredibili insieme, che nessuno di noi avrebbe potuto realizzare da solo. E sono fierissimo di questo. Per dirne una, quest’estate siamo riusciti a fare un piccolo tour intorno all’Italia per una settimana. Un incubo logistico. Ma è stato splendido.

Catalogarvi sotto un unico genere è praticamente impossibile, ma se dovessimo cercavi in un negozio di dischi, dove dovremmo cercarvi?

C’è chi fra di noi ci vorrebbe sotto “pop rock” di modo che ai festival dove suoniamo smettano di mettere le sedie sotto il palco. C’è chi dice funk-soul. A me piace definirci jazz, ma questo non si sposa con la concezione che ha la persona normale di questa musica. Penso che la nostra musica sia prettamente jazzistica per il fatto stesso di essere ritmicamente afro-americana, di essere sincretica e, come nell’orchestra di Duke Ellington, è scritta solo ed esclusivamente per i musicisti che compongono l’orchestra (non mi si taccia di arroganza: so bene quale è il suo posto, e quale è il mio). Quindi noi usciamo alla grande dai canoni pop, dai canoni di tutta la musica da ballo (quindi anche quella funk). Non è musica scritta, perché nasce dall’incontro di questi e solo questi musicisti. E allora può essere solo jazz.

Tra le vostre influenze musicali c’è anche qualcosa che davvero non ci aspetteremmo? Guilty pleasures musicali? Non musicali?

Abbiamo 18 teste e veramente 18 gusti musicali differenti. In quest’ultimo disco ci sono riferimenti a Gabry Ponte, Dumas, la sigla di Uomini e Donne, Daphis et Chloé di Debussy, la poetessa Mariangela Gualtieri. Ti basta?

La cover di Ed Sheeran. A chi è venuta l’idea? Perchè la scelta di farne un singolo ma di non suonarla live al vostro recente concerto in Santeria Social Club a Milano?

La cover ha una storia molto lunga. Andrea Daolio, il nostro bassista e autore di “Shake it Up”, un pezzo del nuovo disco, ne aveva fatto un riarrangiamento per il suo esame di laurea alla Civica di Jazz. Una versione veramente fuori di testa, ve lo assicuro, di cui non eravamo particolarmente soddisfatti. Solo che non puoi criticare senza portare una qualche controproposta, così io e Pietro, il sax contralto (nonché cantante dei Tropea) ne abbiamo fatta un’altra versione, che è finita sul disco. Non abbiamo voluto suonarla dal vivo perché riteniamo quel pezzo un prodotto prettamente discografico, mentre noi teniamo a essere visti, nonostante il video sia una cover, come un gruppo che suona la propria musica, originale da molti più punti di vista di quanti quella cover non ne rappresenti. Al pubblico di Santeria (meraviglioso, tra l’altro) abbiamo voluto ricordare l’importanza della musica originale, soprattutto nell’esperienza live. Magari quando sei al cesso col cellulare te la ascolti anche la cover di Ed Sheeran, ma quando sei a un concerto in un locale con le proiezioni e le luci che ti creano una certa atmosfera, allora lasciati andare alla novità, e magari quello che scopri ti piace pure.

Siete una realtà che emerge con questo disco dall’underground milanese. Ci sono dei luoghi di Milano particolarmente significativi per voi e per il progetto?

Beh, la Civica di Jazz ci ha cullato i primi anni. Il LUMe, Laboratorio Universitario Metropolitano, è un luogo dove diversi di noi hanno le radici e il credo politico. A loro abbiamo dedicato il nostro brano “Turn on the Light” dell’ultimo disco. Una caratteristica importante della nostra musica è il fatto che i brani siano strettamente narrativi, piccole storie musicali che ti portano da un’atmosfera all’altra come in una fiaba o un film. Non sono brani che metti in rotazione su spotify, in sottofondo in un locale o cose del genere, ma racconti da seguire dall’inizio alla fine. I brani di questo disco in particolare sono storie di resilienza. Parlano di lotta contro il sistema, contro il tradimento e l’oppressione, contro la depressione. Ma a parte questo, la parola “storie” è fondamentale per questo gruppo, per la sua identità e per la novità della musica che porta.

Sia nell’artwork di questo disco che in quello precedente ci sono degli elementi esotici: i pappagalli, la giungla… Come si riflette ciò nella musica che fate?

I pappagalli rappresentano bene secondo me la varietà di colori che c’è nel gruppo. Colori musicali intendo. Inoltre tutti i pappagalli sono diversi, che simboleggia bene il fatto che questo gruppo sia formato da tante persone diverse, che creano qualcosa insieme. Per questo disco siamo andati più a fondo insieme al nostro grafico Plamena Borisova per creare una sorta di ambiente intorno ai pappagalli. È un po’ come se stessimo scoprendo il mondo, la giungla che ci circonda, e la mettessimo in musica. Ci piace anche aver nascosto nella copertina diversi animali che non si vedono a una prima occhiata. Così che il pubblico possa scoprire, in qualche modo, questa giungla insieme a noi.

E adesso cosa combineranno i Deaf Kaki Chumpy?

La prossima data è l’apertura della stagione del Teatro Binario 7 di Monza il 20 ottobre, che sarà una bella sfida e non vedo l’ora di affrontarla! Adesso abbiamo un po’ di date in programma. Non troppe ma non mi lamento, perché vorremmo metterci subito a scrivere il terzo disco, di cui abbiamo già qualche idea. Mi piacerebbe moltissimo fare un video per ogni brano del disco appena uscito! Inoltre abbiamo il progetto di fare un concerto circolare, in cui il pubblico stia in mezzo e tutti noi in cerchio a suonare intorno. Per me dev’essere un’esperienza pazzesca! Spero presto di poterla realizzare.