Milano, 6 febbraio 2018

Un piccolo cielo improvvisato di nuvolette veglia sugli strumenti di Sam Beam, che da quasi vent’anni porta in giro le sue canzoni a nome Iron and Wine (leggete qui la nostra intervista realizzata poco prima del concerto). È successo, ad un tratto, che a rompere il brusio di chi stipava un Alcatraz sold out (sul palco laterale) fossero proprio le note di The Trapeze Swinger, capolavoro sciolto dalle maglie discografiche ufficiali del nostro folksinger americano. Schermato dietro un alto muro di telefoni, ecco fare capolino il volto sempre più barbuto di Sam. Sarebbe divertente aprire un capitolo dedicato alla sua barba, ma tutto ciò andrebbe ad oscurare ciò che rimane da dire su un concerto strepitoso.

“Beast Epic”, l’ultimo lavoro in studio, rivela come questa composizione sul palco, con tastiera elettrica, violoncello e contrabbasso, si sposi perfettamente con l’atmosfera del suonato dal vivo. L’essenzialità della chitarra (Bitter Truth) unita all’immancabilità dei colori (About A Bruise) che si rincorre con gli altri strumenti (Claim Your Ghost). Se è vero che non è tutto folk quello che si sprigiona dal palco, allora siamo pronti per ascoltare il resto. Per tutto il tempo le nuvole dipingono scenari caldissimi, ora sulle sfumature calde dal giallo al rosso più intenso, ora lampeggiando nervosamente. Interpretano al punto e nel modo giusto il mood della serata.

A questo proposito, chi si aspettava un uomo abbottonato e introverso si è dovuto ricredere. Beam si sbilancia parecchio, racconta del suo tour, delle date oltreoceano e dei noiosi Paesi europei che ha valicato prima di approdare qui, a Milano. Le risa che scatena non sono affatto forzate e allora si può osare ancora un po’, parlando a voce bassa nel microfono, interagendo con le prime file, in un botta e risposta caloroso e sincero.

Naked as We Came, chiesta a più riprese dai presenti, ci è stata negata. Ma nel corso dell’ora e mezza del live, Sam ha confezionato magistralmente Lion’s Mane, da quel primissimo “The Creek Drank The Cradle” (2002), uno dei regali più apprezzati. Quando il pianoforte, il violoncello e gli altri strumenti si spengono e rimane solo Sam con la sua chitarra, si sprigiona un rito tanto magico quanto catartico: c’è qualcosa di assurdamente folle capace di legare palco e pubblico, un filo impercettibile che si stringe sempre di più man mano che si avvicina la fine.

Boy With A Coin e Woman King chiudono il sipario. Ma è solo per un momento, perché i nostri spariscono e tornano acclamati a gran voce. Per uno strano principio di osmosi, con il bis anche alla tastierista è cresciuta la barba. Per noi miracolati presenti, Beam e la sua band hanno deciso che la scaletta si sarebbe conclusa qualche passo lontano dal repertorio del cantautore americano, andando a cogliere uno dei frutti più belli della carriera di Hope Sandoval: Fade Into You dei Mazzy Star rimane nell’aria ancora a lungo, anche quando tutti i membri sono scesi dal palco, come ceppo che continua ad ardere nel sacro nome del folk.

Caterina Gritti