Roma, 27 ottobre 2018

Lo sappiamo, Joan Thiele è per metà italiana e l’altra metà colombiana. Però insomma, non ce ne voglia Pablito Escobar, ma a noi piace rivendicarla come orgoglio nostrano. Il suo innato talento, il gusto sopraffino e la delicatezza della sua arte sono qualcosa che la rendono unica in questa Italia martoriata dai mezzi panini di Paradiso e i coni gelato della Dark Polo Gang.

Il live al Monk di Roma, infatti, ha ampiamente dimostrato quanto già messo in chiaro nel suo ultimo disco, “Tango”, uscito per Universal alla vigilia della scorsa estate. Certo è che riprodurre dal vivo l’intero album, così ricco di suoni e frutto di un notevole lavoro di produzione, si presentava come un’impresa titanica. Eppure Joan, 27 anni appena, si è rivelata all’altezza di tenere il palco da sola (orfana a questo giro dei fantastici Etna), con una classe e una padronanza da veterana.

La sua arma migliore, anche e soprattutto in versione live, si conferma la voce, al tempo stesso affilata e morbida. Ma l’apertura del concerto affidata alla sua celebre cover di Lost Ones di Lauren Hill, ripulita dalla patina hip hop e liberata nella sua magnifica struttura in levare, la vede muoversi molto bene anche tra chitarra e tastiere. Di qui in poi il concerto sarà un continuo alternarsi tra suoni acustici ed elettrici, in un immaginario abbraccio tra Italia e Colombia (la terra del padre, dove è stato scritto l’ultimo lavoro).

Il pubblico, inizialmente irrigidito e assiepato sotto il palco, inizia a sciogliersi quando le frequenze accelerano dalle parti del pop più radiofonico (Blue Tiger e Armenia su tutte), mentre la stessa Joan accenna timidamente qualche passo di danza. Il sorriso dell’artista riempie spesso le pause quando i brani non sono introdotti da una breve presentazione. Che, a dire il vero, risulta sempre assai superflua se a parlare, come in questo caso, è la musica.

Un altro aspetto interessante rivelato da questa Joan Thiele in versione solitaria riguarda le sue influenze. Seppure la sua abilità nel programming le permetta di riempire la sala di un sound simile a quello elaborato in studio, il risultato è comunque meno plastico e dunque più verace. È così che tra le pieghe della chitarra e le inclinazioni della voce si fanno sentire forti e chiari tutti i suoi migliori ascolti, da Feist a Devendra Banhart, fino a Florence and The Machine e la già citata Lauren Hill.

In scaletta non manca niente, dalle nuove hit (Polite, Fire) ai primi pezzi (Save Me, Taxi Driver), e l’obiettivo pare essere pienamente raggiunto. Al Monk, ancora una volta, è andato in scena l’incontro fra due paesi auspicato e celebrato proprio in “Tango”. Non tanto inteso come musica, ma come intreccio di anime e culture, di cui Joan ne è un’autentica incarnazione.

Paolo Ferrari