Rock chitarristico: questo è ciò che Kurt Vile sa fare meglio, e lo fa anche in questo nuovo album. “Bottle It In” arriva a solo un anno dall’interessante esperienza con la cantautrice australiana Courtney Barnett nel disco congiunto “Lotta Sea Lice”, ma a ben tre dal precedente “B’lieve I’m Goin’ Down…”, forse il picco artistico dell’ex War On Drugs.

Tredici canzoni di pura musica americana, tredici riff ripetuti all’infinito, tredici cantati – parlati, tredici (e più) esempi di ottimi assoli di chitarra. Kurt Vile è ripetitivo, ossessivo, lungo (un’ora e venti di album, due canzoni sopra i dieci minuti, ben otto sopra i cinque), ma nonostante ciò coinvolge l’ascoltatore, lo trascina nel suo viaggio on the road per gli States più tradizionali ed affascinanti.

Pur orfano di una hit come era stata Pretty Pimpin’ tre anni fa, “Bottle It In” si fa ascoltare che è un piacere. Il lavoro inizia con il rock-pop semi acustico di Loading Zones, prosegue con il lo-fi di Hysteria, versione cowboy di Mac De Marco, e lascia poi spazio all’ottantiana Yeah Bones. Bassackwards, la title track e Skinny Mini sono Kurt Vile al 100 % e più, Kurt Vile all’eccesso. Molto bella la beatlesiana Rollin’ with the Flow, così come la quasi hard-rock Check Baby. Mutinies è la ballad acustica, Come Again il pezzo country, Cold Was the Wind quello jazzato.

Non il miglior lavoro di Kurt Vile, ma un ottimo lavoro. Ce ne fossero di più…

Andrea Manenti