Premessa

Per scrivere di questo disco nel modo più obiettivo possibile ho dovuto schivare come la peste commenti sui social e discorsi in metropolitana, censurarmi l’accesso a ogni sito di musica ma, soprattutto, asportare quel pezzo di cuore dove giace tatuata la scritta Oasis. Ancora mi fa male.

 

Liam Gallagher è un nome che porta un bel fardello sulle spalle. Il peso di anni passati a cantare e cembaleggiare il miglior brit pop di fine millennio in combo con l’amato fratello Noel. Il peso di un tentativo di nuova band, i Beady Eye, che dopo (e durante) due album è sprofondata nel dimenticatoio, caduta senza infamia e senza lode, che forse è ancora peggio. E porta un peso ancora maggiore: quello del suo enorme ego, del suo essere sempre provocatorio e totalmente senza filtri, che tanto abbiamo amato e tanto ci ha irritato, che ci ha fatto ridere e arrabbiare, e che alla fine abbiamo accettato come parte della sua persona, del suo modo di essere.

Ma parliamo di musica. C’è dentro un po’ di tutto questo, in “As You Were”, il suo primo disco solista. Un disco che abbiamo atteso scalpitanti, in questo sobrio anno di hype in continua escalation creato da Liam stesso, l’uomo con l’incredibile talento di saper riportare l’attenzione mediatica su di sè ogni qualvolta questa tenda a prenderne le distanze, sparando delicate opinioni come «Meglio mangiare merda piuttosto che ascoltare quegli stronzi (riferito agli U2)», oppure «ll suono della chitarra di Brian May sembra che gli si sia inceppato in culo». Per non parlare del suo bipolarismo verso gli Oasis e Noel.

Ma parliamo di musica. I singoli estratti sono decisamente i pezzi migliori tra i quindici (dodici più tre tracce deluxe) del disco. Wall Of Glass apre le danze e ha quella giusta dose di chitarra ed energia elettrica che conquista il popolo intero e fa ben sperare per il resto. È il singolo giusto, che resta incagliato con la sua armonica in testa. Funziona. E anche For What It’s Worth è molto orecchiabile, una sorta di esame di coscienza dalla insospettabile maturità umana, che quasi odora di modestia (due caratteristiche difficilmente accostabili a quell’adorabile timidone di LG).

Ma poi, calma piatta. Nulla di eccessivamente sbagliato, ma nemmeno nulla di brillante, di esaltante. Bold è insipida, stessa discorso per Paper Crown. Due giri di chitarra, qualche falsetto, per portare a casa la pagnotta. Greedy Soul è un trionfo di non-sense, e bastano queste due righe per capirlo: «She’s got a 666, I’ve got a crucifix, She’s got a spinning head, She’s the ungrateful dead».

Ogni traccia evoca un “mi ricorda proprio…”, “sembra quel pezzo di…”, (solo per me For What It’s Worth è la copia carbone di Don’t Look Back In Anger?), appaiono addirittura veri e propri citazionismi di beatlesiana memoria: «Happiness is still a warm gun, Tomorrow never knows». Tutto molto bello, in fondo non sta ispirandosi a Johnny Dorelli, ma puzza un po’ di usato sicuro. Di camicia vintage firmata che poi scopriamo non essere veramente di Moschino e avere un grosso buco nella manica, un pezzo mancante, insomma, che inizia per N e finisce per OEL.

Ma parliamo di musica. I Get By è quasi fastidiosa, e lo stesso vale per Doesn’t Have To Be That Way, una delle tre canzoni extra della deluxe edition. Universal Gleam si salva sul finale: una commovente dedica ai propri fan, ma poi la chiusura su I’ve All I Need ritorna sul livello mediocre dell’intero lavoro.

Diciamocelo, Liam ha un gran carattere e una bella faccia tosta, vuole essere la nostra ultima rock’n’roll star e per questo gli vogliamo tanto bene, ma a capacità di scrittura lascia il tempo che trova. E se le sue doti cantautoriali claudicanti potevano essere dimenticate in un disco pieno di testi altrui che spezzano l’anima – perchè, diciamocelo, abbracciati davanti ai falò in spiaggia il mondo intero canta Little By Little, Wonderwall o Champagne Supernova, non certo Love Like a Bomb o Pass Me Down The Wine – qui non si riesce a farlo.

Sarà un caso che i brani più riusciti sono scritti da o con altri? A un terzo dei testi hanno partecipato artisti come Michael Tighe, che ha lavorato tra i tanti anche con Jeff Bucley , e Andrew Wyatt, leader dei Miike Snow e produttore di Lorde. Due totalmente senza firma Gallagher, tra cui Chinatown, uno dei pezzi migliori dell’album.

Sì, lo so che ha venduto un botto. Sì, lo so che ha battuto ogni record e ha superato da solo le vendite degli altri 19 dischi in classifica in Inghilterra. Ma parliamo di musica.

Questo è il problema. “As You Were” non è un disco brutto o inascoltabile, da bruciare in piazza. È semplicemente un disco che poteva non esserci, e forse doveva non esserci. È un disco che sa troppo di trovata mediatica e troppo poco di musica, in cui si vede troppo in primo piano la necessità di rimpolpare il portafoglio (gli abbonamenti al City sono aumentati, quest’anno).

“As You Were” è un disco affogato, strozzato. Un album che annega nella personalità del suo creatore, che galleggia (e ci riesce perché ci sono una certa produzione e precise collaborazioni) sulla sua arroganza piena di sè, ma che poi si disperde e si scioglie, senza lasciare traccia.

Giulia Zanichelli