Signore e signori, benvenuti nel post-tutto. Limbrunire (rigorosamente senza apostrofo) è il nome d’arte del cantautore ligure Francesco Petacco, qui alle prese con il suo esordio discografico, “La Spensieratezza”. Un lavoro all’insegna dell’indie pop più italiota, debitore degli anni Ottanta peninsulari, come del suono più sintetico e plastico nato sempre in quel decennio nel mondo anglosassone, per poi estendersi sui dancefloor di tutto il globo.

Superato a stento un primo ascolto in cui si tende a un paragone azzardato tra Francesco e il Tommaso Paradiso nazionale, piano piano “La spensieratezza” acquista in profondità sebbene non si discosti mai dal suo animo superficiale. Non si farà quindi troppa fatica a notare le influenze di due grandi autori del decennio pop per eccellenza, quali l’ormai sovraesposto Luca Carboni e l’ermetico ma popolare Franco Battiato, il tutto accompagnato da un sapore “disco” in cui l’elettronica la fa da padrone senza però disdegnare ammiccamenti a strumenti classici come chitarre e tastiere.

Limbrunire si presenta con undici tracce, in cui non sempre si capisce se il nostro ci è o ci fa («Ci sono assolutamente!», ci ha assuicurato lui), se gioca d’ironia sottile o di banalità fieramente esposta, passando con estrema semplicità da testi da inno adolescenziale (“Ci divertiremo / ancora / un giorno o l’altro / ci divertiremo / ancora / un giorno o l’altro / adesso / adesso”, da Ci divertiremo), a giochi di parole degni delle avanguardie più estreme e contemporaneamente naif, giochi pop che vogliono sottintendere cultura (“Passerà un altro inverno mon amour / e a un outfit abbineremo un’elegantissima hit / accontentiamoci di un gol / picco d’ascolto / sushi box / e un’orchestra di yogi che cantano in coro” da Chiuderò occhio). Da dolci malinconie del passato recente (“Riprendiamoci i tuffi / nel fiume con le scarpe”, da Nudi con le scarpe), al divertissement musicale tra Giorgio Gaber e Paolo Conte filtrati da un gusto contemporaneo e plastico di Giovanni non fare tardi. Come andare a ballare con in tasca un saggio di Kraus.

Andrea Manenti