lowinsky ep coverI Lowinsky hanno almeno due grandi qualità. Partiamo dalla prima. Si tratta della loro innata capacità di scrivere canzoni talmente intriganti e dirette, da conquistare la testa senza passare dal repeat in cuffia. Il loro Ep d’esordio, uscito questo inverno per Moquette Records (qui in streaming integrale), si compone di quattro tracce registrate in poche settimane al Bleach Studio di Lecco. L’ho ascoltato per la prima volta in una notte solitaria, con la tisana all’anice tra le mani. Beh, la mattina dopo canticchiavo ancora il brano di apertura mentre sorseggiavo il tè dalla stessa tazza.

Il brano in questione si intitola Lei, ed è senza dubbio quello che più si avvicina alla precedente esperienza del cantante, chitarrista e leader della band, Carlo Pinchetti. Tutti i componenti dei Lowinsky, infatti, bazzicano già da diverso tempo il sottobosco indie lombardo, con particolare predilezione per il triangolo magico Bergamo-Lecco-Milano. Il già citato Carlo e il bassista Pietro Trizzullo hanno suonato insieme nei Finistere, di cui questa nuova band rappresenta la naturale evoluzione, mentre Dario Frettoli (chitarra) e Andrea Melesi (batteria) avevano già militato con lo stesso Carlo nei Daisy Chains.

Vertigine, traccia numero due, non fa altro che confermare la buona impressione iniziale. L’arrangiamento si fa più complesso, con un piglio che richiama le atmosfere dei R.E.M. di Imitation of Life, ed esplode nel ritornello. Il riferimento non è casuale, perché la musica dei Lowinsky, per quanto “diretta”, non segue per nulla le mode del momento. Dimenticatevi quindi i synth anni ’80 e la produzione plastica degli ultimi fenomeni dell’itpop. Concentratevi piuttosto sulla decade successiva e sui primi Duemila. I testi in italiano non ingannino: l’immaginario resta sempre e comunque quello americano, con lo sguardo rivolto al brit pop più crudo.

E proprio in questo sta la seconda grande qualità dei Lowinsky. In pochi brani, non ultimo Coltelli, il gruppo riesce a restituire il sapore di quegli anni senza rivelare gli ingredienti della ricetta. In un gioco al rimando si potrebbero citare i Nada Surf o gli Ash, ma la verità è che i Lowinsky non si ispirano a una o più band, bensì a un intero mondo fatto di suoni e pensieri che sono tipici dei 90’s. L’unica eccezione è rappresentata da L’Ennemi, trasposizione della poesia di Baudelaire. Cantata in francese, naturalmente, con la musica che per una volta si mette al servizio del testo. Qui l’orizzonte si fa più cupo, quasi new wave. E chissà mai che diventi un laboratorio nel quale sperimentare nuove divagazioni per un disco su lunga durata.

Paolo Ferrari