“Little Dark Age” è il quarto disco della carriera degli MGMT. Produttori dell’album sono Patrick Wimberly, amico della band e chitarrista dei Charlift, e Dave Fridmann, collaboratore di lunga data del gruppo dai tempi di “Oracular Spectacular” e produttore di Interpol, Tame Impala e Flaming Lips. I conti tornano, infatti.

Con “Little Dark Age” il duo sembra abbandonare le atmosfere spensierate e scanzonate del 2007 per fare spazio ad una elettro-psichedelia un po’ tenebrosa in cui la voce di Andrew VanWyngarden è più matura e ricorda i Toy di I’m Still Believing.

L’album comincia con She Works Out Too Much, che ci porta dritti nello spazio in un trip fatto di atmosfere lisergiche e suoni schizofrenici; sembra la canzoncina di un videogioco vintage. D’altronde, la band non fa mistero riguardo alla collaborazione con l’amica LSD durante la composizione dell’album.

Se nel primo disco cantavano con autoironia la voglia di vivere da rockstar e prendere a morsi la vita come se fossero invincibili (Let’s make some music make some money find some models for wives/I’ll move to Paris, shoot some heroin and fuck with the stars/This is our decision to live fast and die young, cantavano in Time to Pretend), a distanza di undici anni la morte sembra non essere più un concetto remoto. When You Die, non a caso, è il primo singolo estratto dall’album, accompagnato da un video visionario (lo potete vedere qui sotto) e surrealistico, a tratti addirittura disturbante. Sonorità orientali ipnotiche, ritornello orecchiabile e apparentemente allegro, finché non si presta attenzione al testo: è la morte che parla?

I’m not that nice
I’m mean and I’m evil
Don’t call me nice
I’m gonna eat your heart out
I’ve got some work to do

Impossibile non notare lo zampino di Ariel Pink in questo brano. La sua influenza continua a farsi sentire anche in Me and Michael e One Thing Left To Try, i brani più eighty dell’album. Avete pensato anche voi a Bright Lit Blue Skies di Ariel Pink’s Haunted Graffiti?

L’album si conclude con Hand It Over, una ballata dall’atmosfera soft&dreamy che rimanda al Mac DeMarco di I’ve Been Waiting For Her. Un disco “strano”, ma bello. La tentazione di fare paragoni con il primo è sempre dietro l’angolo, ma questo mix di elettronica, psichedelia e tanta voglia di Ottanta, alla fine ci convince. Ci lascia con un problema: come resistere fino al 17 luglio, quando gli MGMT si esibiranno con i Justice a Milano?

Oriana Spadaro