Roma, 25 novembre 2017

Nel tardo pomeriggio il Quirinetta è già sold out, come per i grandi eventi. Alle 22.30 la sala è piena zeppa. Fa un gran caldo, questo va detto. E l’età media del pubblico è piuttosto elevata. Una vittoria schiacciante dei nostalgici sui fan dell’ultima ora. Ma nonostante l’esperienza dei più, affrontare un concerto di Morgan nel 2017 non è certo uno scherzetto. Da un istante all’altro l’ascolto rischia di trasformarsi in un gioco al rimando. Un dissacrante confronto fra passato e presente, che non giova né all’artista, né allo spettatore.

D’altra parte Marco Castoldi, oggi, rappresenta una molteplicità di personaggi (maschere) accuratamente scolpiti in quasi tre decenni di carriera. Lo spauracchio più grosso, l’errore da non commettere, è quello di mescolare i ruoli e le categorie che il musicista monzese ha interpretato finora e osservarlo da lontano come se fosse una sola, mostruosa figura. Certo, il suo aspetto non aiuta. Quando sale sul palco, si mostra in tutta la sua sofferta maturità di uomo provato dalla vita. Ma è pur sempre rinvigorito da quella sana indole da intrattenitore, maestro e fenomenale artista che lo ha sempre contraddistinto.

Assistere a una sua performance senza scadere nel bieco giudizio morale su ciò che è stato e (forse) non sarà più, diventa quindi un esercizio a riconoscere le tante sfaccettature e le schegge di lucida follia che Morgan, ancora oggi, riesce a regalare al suo pubblico. Ci abbiamo provato.

Morgan l’interprete

É il ruolo che gli riesce meglio da qualche anno a questa parte. Definirlo “ruolo”, però, appare limitante. La serata al Quirinetta porta un titolo che non lascia spazio ad alcun dubbio: “Morgan plays Bowie”. È questo ciò che il pubblico romano si aspetta e ciò che in fondo desidera. Del resto, fin dalle prime apparizioni con i suoi Bluvertigo, Morgan si è imposto come portavoce delle istanze introdotte dal Duca Bianco. Già con l’uscita di “Acidi e Basi” (1995), l’intento di Marco Castoldi e compagni era piuttosto chiaro. Recuperare gli sprazzi di psichedelia, glam rock e synth pop di cui Bowie, all’epoca, infarciva ancora la sua immensa opera, e rielaborarli con un tocco originale e tutto italiano. Un’impresa pienamente riuscita e oltremodo coraggiosa, in un periodo di totalitarismo grunge, alt-rock e pop-punk da classifica. Vedere Morgan iniziare il concerto con Wild is the wind e You belong in rock’n’roll dei Tin Machine è dunque una goduria che sale naturale dal cuore, al di là di qualunque commento si possa fare sulla resa di una cover. Le versioni di Heroes, Fashion, Fame, Life from Mars? e Space Oddity confermano che Morgan è ancora l’unico musicista in Italia in grado di “sentire” Bowie e “suonarlo” senza imitarlo.

Morgan l’erede

Prima ancora di iniziare a suonare, Morgan annuncia che questo non sarà un concerto di brani tratti unicamente dalla discografia di Bowie. «Perché a lui quelle canzoni venivano meglio», dice scherzando. Ma anche perché la produzione artistica dello stesso Morgan può essere considerata una protesi di quella di Bowie. Un debito, o per meglio dire un’eredità, che Marco Castoldi ha sempre esibito con onestà e orgoglio. Ecco dunque comparire in scaletta due canzoni dei Bluvertigo (Decadenza e Altre forme di vita), che rappresentano alla perfezione la contiguità con l’opera dell’artista inglese. Complice l’assenza del resto della band, e nonostante la presenza sul palco dell’ottimo collaboratore e polistrumentista Daniele Dupuis, i due brani non rendono come dovrebbero.

Morgan l’autore

Al di là delle forti influenze di altri musicisti (primi fra tutti i Depeche Mode, anche questi presenti nella setlist del Quirinetta), Morgan è anche e soprattutto uno dei migliori autori italiani degli ultimi decenni. Altrove, capolavoro tratto dal suo primo album solista (“Canzoni dell’appartamento”, 2003), è lì a dimostrarlo. Il pubblico la canta con un trasporto addirittura superiore a quello dimostrato per Heroes. Come se a distanza di tanti anni fosse ancora possibile entrare nell’appartamento di via Sismondi a Milano in cui Morgan concepì questo piccolo gioiello del cantautorato nostrano. Risentirla, in effetti, riporta a un periodo di pura ispirazione per Morgan. Anni in cui Calcutta e Tommaso Paradiso non sarebbero mai emersi.

Morgan l’archivista

Uno dei grandi meriti di Marco Castoldi è quello di aver fatto riscoprire alle giovani generazioni la canzone italiana d’autore dei tempi che furono. Con disinvoltura e passione, è stato il primo tra gli artisti più in vista a riproporre dal vivo brani di Tenco, Sergio Endrigo e Piero Ciampi, che non andrebbero mai dimenticati. Al Quirinetta non risparmia nemmeno questa sua vena archivista, che raggiunge l’apice con Non Arrossire di Giorgio Gaber, già presente in “Canzoni dell’appartamento”. La potenza della sua voce, ahimè, non è la stessa espressa fino a qualche anno fa, quando si esibiva in interminabili live da solo al pianoforte. L’intensità, però, è rimasta intatta.

Morgan il performer

C’è un aspetto di Morgan che non va sottovalutato. É la sua capacità di improvvisare e spiazzare lo spettatore con iniziative solo apparentemente azzardate. L’anarchia sul palco sembra regnare sovrana, ma ogni sua scelta, in realtà, anche la più bizzarra, trova sempre la giusta collocazione mantenendosi in bilico fra commedia e dramma. Questa magia gli permette di alternare le cover di Another Brick in the Wall e Jealous Guy (uno dei momenti più alti del concerto) a quelle di Vola Colomba e Porta Portese, senza risultare grottesco. Come se Pink Floyd e John Lennon fossero naturalmente associabili a Nilla Pizzi e Claudio Baglioni. Roba da fuoriclasse.

Paolo Ferrari