“Just gimme Indie Rock!”, urlavano i Sebadoh nel lontano 1991, quando quella parolina lì aveva un signficato inequivocabile e si riferiva a suoni ben precisi, non come oggi che è indie anche tuo cugino coi risvoltini.

“Taking inspiration from Husker Du
It’s a new generation
Of electric white boy blues
Come on indie rock
It’s gone big
Come on indie rock
Just give me indie rock”

Se quella è la stella polare, i Mt. Zuma di Bologna, power trio di venticinquenni già militanti in altre formazioni felsinee (Costa Brava, Rijgs , Obagevi), sanno benissimo come orientarsi. Dentro l’album di debutto omonimo, uscito per la benemerita More Letter Records su cassetta e disponibile per l’ascolto in streaming, ci sono sei tracce. Un distillato di ascolti inconfondibili, musica che è ormai alla stregua di un bene rifugio. I Mt. Zuma, quando nel 1987 usciva “Warehouse: Songs and Stories”, non erano ancora nemmeno nei sogni dei loro genitori. Nonostante ciò, la lezione del rock indipendente, che arriva dall’America a metà degli anni ’80 e finisce a metà dei ’90, l’hanno imparata a perfezione. Proprio come Unhappy, Any Other, Big Cream, Tea Party, Clever Square, Tiger Shit Tiger Tiger, Flying Vaginas e il restante esercito di band tricolori che non ha mai smesso di far rumore con basso/chitarra/batteria. Siamo in quel momento magico in cui Azerrad raccoglieva materiale per scrivere “Our Band Could Be Your Life”, in cui Seattle sarebbe diventata di lì a poco il centro del mondo e nei cinema americani stava per uscire “1991 The Year Punk Broke”, portando in superficie un ricco sottobosco di band composte da sociopatici in flanella, tossici del nord ovest, slacker californiani, depressoni col fuzz, rumoristi urbani.

I Mt. Zuma riescono a condensare tutto questo nel loro esordio discografico, dentro al quale non manca nessuno del Pantheon indie-rock. Si parte da The Matter With You , traccia di apertura ammantata al 100% da uno spleen Hüsker Dü, poi veniamo cullati dagli scuri echi vedderiani di Twenty-Four, i riff alla Dinosaur Jr che fanno capolino dietro a Robert Goes Too Fast, c’è Frail evidentemente scaturita in una session in cui i Pavement ospitavano Layne Staley, fino ad Anna And I, che sembra regalata dai Superchunk. Riferimenti chiari ma formula personale, sudore e rumore, melodia e feedback. Non è (solo) nostalgia per i suoni che tornano dagli anni ’90. Semmai per quell’attitudine, quella in cui importa solo suonare e riversare amore e rabbia sugli strumenti, dentro le mura di un garage. Di cos’altro c’è bisogno per essere felici, quando hai un trio di ragazzi che ancora oggi si divertono a far sfrigolare gli ampli? Just gimme indie rock!

Andrea Bentivoglio