Milano, 12 aprile 2018

«L’amore non muore. L’amore non muore mai. Sei tu che lo uccidi». I capelli appiccicati alla fronte, la camicia sgualcita sul davanti. Quello sguardo arcinoto, che è sempre una lama nel petto. Pierpaolo Capovilla, leader degli One Dimensional Man, passeggia sul palco dell’Ohibò imbracciando il suo basso. Ad accompagnarlo, poche note suonate con il pollice. Il pubblico, spaventato da tanta oscura solennità, ascolta le sue parole in un immobile silenzio. Siamo a metà concerto. Le frasi recitate da Pierpaolo precedono l’esplosione noise di Louis, un vecchio brano da “1000 Doses of Love” (2000). Ed è in questo esatto istante che si coglie pienamente tutta la forza del musicista veneto. A sette anni dall’ultimo disco, Capovilla ha richiamato i vecchi compagni Carlo Veneziano (chitarra) e Francesco Valente (batteria, già ne Il Teatro Degli Orrori) per dare alle stampe un nuovo lavoro. “You Don’t Exist” è uscito a fine febbraio per La Tempesta Dischi e Goodfellas. La data milanese è la conferma che questo sesto album suona dal vivo con una potenza addirittura maggiore dei precedenti.

E allora riavvolgiamo il nastro. Il live si è aperto con The American Dream, ultimo brano di “You Don’t Exist”, impreziosito sul finale da una traccia audio di Kenneth O’Keefe, un ex soldato americano convertitosi alla causa palestinese. L’entrata del trio è accompagnata dalla voce registrata di Capovilla che elenca tutti i presidenti degli Stati Uniti in un tono da villaggio dei dannati. L’elenco si ferma al penultimo, Barack Obama, e non è certo un caso. Seguono altri tre brani dal nuovo album (tra cui spicca la bellissima Free Speech) per poi celebrare il passato con quella che il leader definisce «una manciata di vecchie glorie». Trattasi di un impressionante filotto composto da Tell Me Marie, I Can’t Find Anymore, This Man In Me e You Kill Me. Fucilate che scaldano il pubblico e innaffiano di birra chi credeva di poter restare fermo durante tutto il concerto.

Francesco Valente, dietro le pelli, è una vera macchina da guerra. Vederlo suonare fa quasi impressione. Potenza e matematica precisione in un unico batterista. La chitarra di Carlo Veneziano gli fa da contrappunto in un viaggio isterico fatto di pericolose accelerate e inchiodate improvvise. Un’altra antica parentesi si apre al ripasso del primo album (1997). Canzoni come Guts, Marianne e Best Friend colpiscono ancora al cuore. C’è spazio anche per una cover dei Saccharine Trust, We Don’t Need Freedom (già inclusa nell’ultimo disco), per il singolo Don’t Leave Me Alone e per il gran finale affidato ad Alcohol.

L’encore Crying Shame, che Capovilla traduce in «scena pietosa», chiude con relativa calma un set ineccepibile. Un live dominato dalla voglia di parlare ancora e ancora. Di sbatterci in faccia un rumoroso e feroce affresco sull’emarginazione. E soprattutto dall’amore vero per la musica. Quello che qualcuno, in questa Italia in preda all’itpop, sta provando a uccidere. «Ma ricordate: l’amore non muore. L’amore non muore mai».

Paolo Ferrari