Un sound internazionale, forgiato a Soho, ma italiano nelle parole e nelle intenzioni. “Super”, il quarto disco di Paletti, è very pop. Ma non è certamente soltanto pop. Ci sono i synth e tanta elettronica, che lo rendono estremamente fashion, ma non finisce tutto lì. “Super” è un disco che non si nasconde, che mostra, anzi sbandiera le proprie contraddizioni, che non deve essere filosoficamente analizzato o scandagliato per arrivare ad affernarne l’intima anima: è chiaro, spiaccicato sul pentagramma.

E riesce a spiaccicarcisi con raffinatezza e complessità sonora, come una farfalla libera e volteggiante che decide di propria volontà di intrappolarsi nella rete delle nostre cuffiette, per permetterci di ammiralrla, o per soddisfare il bisogno di essere ammirata, forse. O ancora, perché qualche forza superiore e irrazionale ce l’ha condotta.

Nel disco si parla di amore, delle sue difficoltà, delle gelosie e dei triangoli voluti o involontari (come quello di Lui, Lei, L’altro), della paternità (vedi Eneide) e della difficoltà relazionale contemporanea. Tutto questo parlar d’amore, che rischia sempre di stancare, di farci sprofondare nella depressione o di correre a ingurgitare la dose quotidiana di insulina per sopravvivere ai lacrimoni delle adolescenti in attesa del principe azzurro, invece Paletti ce lo fa assaporare. Non stucca, non stanca, non è eccessivamente farcito o imbellettato.

Sono tante le sfumature del sentimento, tante e forse più di quelle del suono. Così come sono infinite le sfumature della personalità di ciascuno di noi. E Paletti prova a spolverarne, se non tutte, almeno un bel po’. Nel farlo, Pietro svela il suo vero io, a volte giusto e a volte sbagliato, paranoico e dolce, energico e rilassato. Questo messaggio, questa volontà di mettersi a nudo a 360 gradi e senza pretendere di essere univoco, appare chiaro fin dalla copertina: Socrates, che come dice lo stesso Paletti, «non era soltanto un calciatore, ma anche un medico, un politico, un padre, un bohemien, ma anche una persona con le sue debolezze, che ha però saputo accettare nonostante la loro complessità»

O forse, in realtà, «stiamo solo mandando giù una giungla di cazzate, parole interpretate sempre più», come canta in Capelli blu. Ma la morale è che siamo tutti un po’ “Super”, in fondo. Pur nelle nostre paranoie, nei nostri complessi, nei nostri disagi. Nei nostri stupidi contrasti interiori, negli sbalzi d’umore e di sentimento, nel bi, anzi pluri-polarismo intellettuale ed emozionale. Saper mettere i sentimenti più universali e banali in modo musicalmente coinvolgente e verbalmente accattivante non è per tutti. Ma è per Paletti, e saperlo fare è – decisamente – “Super”.

Giulia Zanichelli