I Pennywise sono senza dubbio una delle bandiere del punk-hardcore melodico californiano degli anni Novanta sin dalle loro origini (1991). Sono capitanati dall’accoppiata formata da Fletcher Dragge (chitarra) e Byron McMackin (batteria), accompagnati dal cantante Jim Lindberg (che se ne va e viene quando vuole, una sorta di John Frusciante del punk) e dal basso di Randy Bradbury, subentrato nel lontano 1996 dopo il suicidio di Jason Thirsk. Ogni nuovo album della band di Hermosa Beach diventa un chiodo fisso per i tanti fan sparsi per il globo. Zero cambiamenti e fedeltà assoluta a se stessi, un po’ come i Ramones e i Bad Religion, o i Motorhead e gli Ac/Dc se si parla più in generale di icone rock.

Questo “Never Gonna Die”, tredicesimo album in carriera, non smentisce le aspettative. Indossate quindi la vostra divisa composta da cappellino da baseball, t-shirt larga, jeans e skateboard, e fatevi trascinare dalla forza devastante di questi quattordici nuovi brani, scritti con lo stampino nell’ormai super collaudata formula basata su ritmiche vertiginose, tre accordi, melodie dirette e cori anthemici.

Bastino i nuovi singoli Live While You Can e She Said per capire la situazione, ma sarebbe un peccato non proseguire nell’ascolto di nuovi inni come la title track, la politica American Lies, Keep Moving On (con quell’intro di basso che non può non ricordare l’immortale Bro Hymn), il riff acido di chitarra di Goodbye Bad Times o l’hardcore a velocità folle del minuto e mezzo di Listen. Ci si vedrà nel pogo il 4 luglio al Carroponte di Sesto San Giovanni, dove i Pennywise si esibiranno con altri mostri sacri come i Sick of It All.

Andrea Manenti