Il 2014 è stato un anno molto importante per Populous e per l’elettronica italiana in generale. Allora il produttore salentino pubblicò “Night Safari”, il suo acclamato ritorno alle scene musicali dopo un discreto periodo di silenzio. A pochi mesi di distanza il sodale Clap! Clap!, smessi i panni di Digi G’alessio, diede alle stampe l’applaudito esordio “Tayi Bebba”. I due LP ebbero una evidente comunanza stilistica ed estetica, sia nella grafica che nel messaggio veicolato, oltre che nella forma in cui lo esprimevano. Queste due uscite ravvicinate segnarono così la nuova rotta dell’elettronica italiana d’esportazione. Un’ elettronica sensuale, analogica e antropomorfa, esattamente il contrario dell’algido concetto di musica propugnato dal “The Man Machine” di Kraftwerkiana memoria. Giusto per fare un paragone.

Le due uscite discografiche vennero da lì a poco seguite da “Novanta” di Go Dugong e “Khalab & Baba” di Dj Khalab e Baba Sissoko, dando vita a quella che potrebbe essere considerata una “scena”. Tutti gli album riportano caratteristiche comuni: radici sonore che affondano nell’hip-hop e nel conseguente gusto del ‘sampling’, influenze esotiche/orientali rielaborate secondo una personale visione della pista da ballo e una grande attenzione destata oltre i patrii confini. D’altronde ‘Nemo profeta in patria’.

Il 2017 è l’anno di “Azulejos”, la definitiva consacrazione di Populous. Sia all’estero (vedi l’articolo che Vice Creators dedica al video del primo singolo, realizzato da Emanuele Kabu), sia in patria, grazie alla nomina a caposquadra della crew ‘Milano Palm Beach’ al Redbull Culture Clash di Milano. “Azulejos” può volgarmente essere tradotto come cementine/maioliche portoghesi, o più precisamente si parla di: “Un tipico ornamento dell’architettura portoghese e spagnola consistente in una piastrella di ceramica non molto spessa e con una superficie smaltata e decorata” (wikipedia docet).

Ognuna delle 10 canzoni contenute nell’album può quindi essere considerata come una luminosa e colorata cementina, come una piastrella cesellata che vuole raccontare la sua piccola parte storia. Dopo qualche ascolto si inizia ad avere una visione di insieme, i confini tra i vari brani si affievoliscono, e davanti ai nostri occhi appare un paesaggio rigoglioso e fantastico, dentro il quale ci si perde volentieri. Un mondo che viene raccontato attraverso una narrazione sexy e malinconica al tempo stesso, che tanto ricorda i romanzi di Gabriel Garcia Marquez.
Non a caso “Azulejos” è stato concepito durante una permanenza a Lisbona di un paio di mesi. I colori, i sapori e ovviamente i suoni della cultura lusitana hanno fecondato l’immaginazione di Populous, che si è ritrovato a girare tra i mercatini delle pulci della capitale portoghese alla ricerca di vinili da cui si potessero trarre i beats per le sue miniature.

Ovviamente i riferimenti culturali presenti nell’album non si fermano al Portogallo e alla penisola iberica, ma come Cristoforo Colombo salpano alla scoperta del nuovo mondo, l’america latina. E come i conquistadores hanno riportato nella vecchia Europa cibo e ricchezze, così il buon Andrea Mangia reinterpreta la cumbia, ritmo che sta infiammando il Sud America oggi, in chiave elettronica. Creando una specie di Elettro-patchanka, quasi fosse un Manu Chao versione 4.0.

Lesterio Scoppi